Ci sono due possibili scuole di pensiero relativamente ai motivi della rapida e sanguinosa ascesa dell’Isis in Medio Oriente.

Secondo la prima, che potremmo definire, per comodità, “complottista”, l’Isis è stato agevolato e manovrato dall’azione dei servizi dei vari Paesi coinvolti, i quali, trattandosi di un’area strategica per vari motivi, sono molti ed importanti.  Manipolazioni anche più dirette concernono ovviamente i gruppuscoli terroristici che si collocano in qualche modo nella galassia del califfo. A proposito dell’ultimo orrendo episodio avvenuto in Algeria, la decapitazione in diretta del cittadino francese Pierre Hervé Gourdel, si registra un’interessante presa di posizione, contenuta in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Temps d’Algérie, di Ali Zaoui, militare algerino in pensione ed esperto di lotta antiterrorista (in un Paese nel quale tale lotta si è svolta in modo com’è noto prolungato e cruento), il quale senza mezzi termini attribuisce il rapimento e l’esecuzione ai servizi segreti francesi, con la finalità di coinvolgere l’Algeria nella coalizione contro l’Isis. 

Gli interessi che hanno portato vari Stati dell’area ad appoggiare l’Isis sono del resto evidenti. Per la Turchia si tratta di contrastare il suo nemico storico (con il quale peraltro sono da anni in corso negoziati) Pkk, che sta costituendo uno dei principali argini all’avanzata dei terroristi, ed ha spostato di recente centinaia di guerriglieri in Siria per fermare l’assalto dell’Isis alla regione autonoma del Rojava. Per Arabia Saudita e altri staterelli (si fa per dire, date le enormi risorse finanziarie di cui dispongono) della penisola arabica, si tratta di contrastare l’espansione dell’Iran, che aveva guadagnato una sostanziale influenza sul regime di Baghdad, e di dare ulteriori colpi a quello di Assad. Per gli Stati Uniti, la presenza dei fondamentalisti tagliagole e le loro imprese offrono un’occasione d’oro per ritornare in Iraq e entrare in Siria, approfittando della situazione per riprendere l’iniziativa contro Assad e per lo smembramento definitivo del Paese. Inoltre l’Isis, gruppo reazionario e militarista animato da un’ideologia fondamentalista e maschilista, costituisce una sorta di antidoto alle rivoluzioni democratiche nell’area ed incontra in questo senso i favori dei fautori dello status quo, cioè le classi dominanti locali e internazionali.

La seconda scuola di pensiero, invece, più che un complotto vede nell’Isis il risultato di una strategia criminalmente incompetente lanciata da parte degli Stati Uniti, cui si sono accodate, seguendo le rispettive convenienze, le varie medie potenze dell’area. Occorre risalire, in questo senso, agli effetti dell’aggressione all’Iraq lanciata dal presidente mentecatto Bush junior che, a causa delle molte atrocità perpetrate hanno suscitato odio e ripulsa da parte della società irachena fornendo terreno fertile alla predicazione di Al Baghdadi e dei suoi accolti che, in particolare, tengono conto delle frustrazioni della parte sunnita di tale società.  Seguendo tale seconda scuola di pensiero, insomma, l’Isis costituirebbe una di quelle pietre che i reazionari sollevano per poi farsele cadere sui piedi, per seguire il noto detto di Maozedong.

A mio modesto avviso, la verità sta nel mezzo. E’ indubbio ad ogni modo come le strategie perseguite dall’Occidente e dei suoi alleati siano completamente fallimentari rispetto allo scopo dichiarato ed encomiabile di demolire l’Isis. Tanto più che con una mano lo combattono e con l’altra continuano a sostenerlo. E’ del resto impensabile, come avvertito dai militari statunitensi, che la guerra contro l’Isis possa essere vinta solo dal cielo, mediante bombardamenti che continuano invece a fare molte vittime innocenti nelle zone controllate dal califfo, contribuendo ad alimentare il consenso nei suoi confronti. E’ del resto altrettanto impensabile riproporre un intervento di terra.

Che fare allora? Innanzitutto riflettere e take stock, come dicono gli anglofoni, ovvero imparare dai numerosi errori commessi. Secondo, operare sul terreno per impedire nuovi crimini contro l’umanità sostenendo seriamente, con soccorsi umanitari ma anche invio di armi efficaci, le forze popolari sciite, sunnite e kurde, soprattutto Pkk e Ypg, che combattono per difendere il popolo dai terroristi. Terzo, operare sul piano diplomatico per consentire la riconciliazione nazionale e la salvaguardia dell’unità nazionale in Siria ed Iraq eliminando ogni genere di nociva interferenza esterna e contrastando la strategia imperialista del divide et impera che ha creato il caos attuale agevolando l’ascesa dei terroristi di vario tipo.

Si tratta di agire concretamente e rapidamente, su tutti questi piani, per impedire il genocidio in atto nelle regioni kurde della Siria, dove gli interessi menzionati si concentrano per liquidare la resistenza popolare mediante un attacco congiunto di Turchia ed Isis. Compiti evidentemente troppo ardui sia per l’attuale classe dirigente dell’Occidente, sia per le Nazioni Unite indebolite ed estromesse dai processi di pace. Ma altre strade non ce sono ed occorre prenderne atto. Altrimenti la pietra ricadrà sui piedi di tutti noi.