Indagini a dir poco “timide”, silenzio sulla mancanza di norme interne sul conflitto di interessi, indulgenza nei confronti di operazioni “opache”. E’ il quadro dei rapporti tra la Federal reserve di New York e la banca d’affari Goldman Sachs che emerge da un’inchiesta pubblicata venerdì dal gruppo di giornalismo investigativo ProPublica e raccontata dalla trasmissione radio This american life. E a rendere la storia, ripresa da Repubblica, una bomba difficile da disinnescare è il fatto che a supportarla ci sono 46 ore di registrazioni fatte in segreto nei corridoi e nelle sale riunioni della banca d’affari (in cui hanno lavorato, tra gli altri, gli ex ministri del Tesoro Usa Tim Geithner e Henry Paulson, ma anche Mario Draghi Mario Monti) da una dipendente poi licenziata in tronco, Carmen Segarra. Nastri che confermano i contenuti di un’indagine condotta nel 2009, subito dopo lo scoppio della crisi finanziaria, dall’esperto indipendente David Beim: la Fed di New York, ovvero la sede della banca centrale Usa che si occupa del controllo e della vigilanza sugli istituti di credito, non ha fatto nulla per evitare il crac emerso con la bancarotta di Lehman Brothers non perché non l’avesse previsto, ma a causa della sua stessa “cultura interna”. Appiattita su un atteggiamento di sudditanza psicologica nei confronti dei vigilati, a partire appunto dalla grande e potentissima Goldman. Da lì la decisione di svecchiare e rafforzare le fila del supervisore assumendo nuovi ispettori, tra cui Segarra. 

La cui esperienza, però, non fa che confermare quei rilievi. Negli imbarazzanti file audio, risalenti al 2011 e 2012, i funzionari preposti a controllare l’investment bank definiscono per esempio “legale ma dubbio” un accordo di Goldman con Banco Santander per rilevare dall’istituto spagnolo crediti deteriorati determinando così un miglioramento della sua solidità patrimoniale. L’operazione viene peraltro comunicata via e-mail (peraltro in una giornata di festa nazionale in Spagna), dando per acquisito un “via libera” della Fed che non è mai stato dato. Nonostante questo, nel corso di una riunione con i manager di Goldman Mike Silva, il funzionario senior responsabile della supervisione della Fed sull’istituto, non osa chiederne conto. “L’azione più forte che il team della Fed prende in considerazione nei mesi successivi è una lettera”, commenta l’autore del servizio Jake Bernstein (premio Pulitzer nel 2011), “e neppure una lettera dura”. “L’unico rischio”, ragiona un funzionario registrato, “è che scelgano di ignorarci. Non li stiamo obbligando a fare nulla per forza”. “Erano tutti come spaventati da Goldman”, commenta Segarra. “E penso che fossero un po’ confusi su chi fosse il loro datore di lavoro”. Una situazione descritta come “regulatory capture“, cioè la deviazione per cui un regolatore statale agisce in favore degli interessi del settore oggetto della regolamentazione. 

Ancora più “scioccante”, racconta Segarra, la scoperta che Goldman “non aveva, a livello di gruppo, una policy sul conflitto di interessi”. Fatto confermato dal manager responsabile di valutare, appunto, gli eventuali conflitti di interesse dei banchieri. La mancanza venne alla luce nel marzo 2012, quando Goldman assunse il ruolo di advisor nell’acquisizione della società energetica El Paso da parte di Kinder Morgan, gruppo di cui Goldman stessa, e a titolo personale un suo consulente, deteneva una importante quota azionaria. L’ex esaminatrice, che ha avuto il benservito dalla Fed pochi mesi dopo, sostiene che due divisioni della banca erano del tutto sprovviste di un documento che regolasse la materia, mentre le altre lo avevano ma “incompleto” o “insoddisfacente”, non in linea con i criteri fissati dalla stessa Federal reserve. Eppure Silva, inizialmente agguerrito fece poi marcia indietro e disse “che stava considerando di adottare il punto di vista che Goldman in fondo aveva una policy sul conflitto di interessi”. Nel codice di condotta aziendale, in effetti, c’è una sezione che si chiama così, ma “solo un paio di paragrafi e molto generici”.

Segarra riferisce anche di richieste di modificare le minute degli incontri con la banca per espungere passaggi che avrebbero potuto far sorgere interrogativi. Un senior manager di Goldman, per esempio, disse durante una riunione che “se i clienti erano abbastanza ricchi, alcune leggi sulla protezione del consumatore per loro non valevano”. Un campanello d’allarme, per la funzionaria. Ma non per i suoi colleghi, uno dei quali la invitò a dimenticare di aver mai sentito quella frase.