A carne ‘a sotto ‘e i maccarun ngopp” con il terronometro di “Made in sud” letteralmente significa “la carne sotto e i maccheroni sopra” per indicare una situazione nella quale i fattori sono capovolti, la carne (più importante) sta sotto e i maccheroni (meno importanti) sopra. Luigi De Magistris è stato sempre un sindaco anomalo. Per coincidenze astrali si è ritrovato – tre anni e mezzo fa – senza arte né parte con una bandana arancione in testa e gli occhi da pazzo a guidare una città tenendo fuori i partiti e le strane lobby che affollano la capitale del Sud.

Lucida follia, inesperienza e cultura da inquirente dietrologico e manettaro hanno fatto il resto. Andava fermato. Del resto Napoli non la si può tenere in una campana di vetro formato madonnina poggiata sul comò. C’è chi scalpita, chi deve fare affari, chi è pronto a mettere le mani in pasta, chi è da anni impegnato a organizzare business che almeno devono rendere al pari del dopo terremoto dell’Ottanta e la finta emergenza rifiuti. Troppa frustrazione. Già lo sapevano: De Magistris è uno scassacazzo. De Magistris è un ostacolo. De Magistris è un attaccabrighe. Non garantisce. A un certo punto sembrava di aver capito ma era solo per finta. Ha fatto lo scemo per non andare alla guerra. Insomma un primo cittadino inaffidabile, rancoroso che “non fa carte” con chi comanda veramente e aspira a tanto altro. I sindaci funzionano se sono di facciata. Sugli affari importanti altri devono “governare”.

Un esempio? Basta leggere il provvedimento “Sblocca Italia” targato Matteo Renzi: non è mai accaduto nel nostro Paese che un’amministrazione comunale venga commissariata e bypassata su scelte importanti come l’urbanistica e in generale sul disegno strategico dello sviluppo della città. Veniamo alla cronaca di queste ore. Perfino gli ambienti, l’entità, i personaggi più sinistri immaginavano un epilogo così.

Il primo cittadino condannato a un anno e tre mesi per un ridicolo abuso d’ufficio con pena sospesa e non menzione nel casellario giudiziale. Una cuccagna. Un biglietto milionario vinto alla lotteria. Una cinquina estratta sulla ruota di Napoli. Chiariamo De Magistris non è un mariuolo, purtroppo. Si, perchè se sei un corrotto oppure un amico di camorristi da amministratore pubblico sei rispettato, hai consenso e davanti una carriera luminosa. Lui invece è stato condannato perché crede nello Stato e in un suo potere: la magistratura. Ha fatto il pm con caparbietà e ostinazione: non fermarsi e alle apparenze e cercare le prove. Anche Antonio Di Pietro – ai tempi di tangentopoli – alla fine dovette fermarsi.

La sentenza De Magistris riguarda il processo dov’era imputato insieme al consulente Gioacchino Genchi per l’acquisizione ritenuta illegittima di tabulati telefonici di diversi parlamentari nell’inchiesta “Why Not”, quando era pm. Consiglio lettura del fondo di Marco Travaglio. Inchiesta scottante che passava al setaccio gli intrecci segreti dei poteri e che come le altre tante indagini di cui era titolare gli venne scippata d’ufficio e assegnata a più miti magistrati e arenata nei sicuri e comodi porti delle nebbie. La vera finezza è stata attribuire però l’inefficacia delle inchieste a quel pm scippato e notoriamente fissato con i “massimi sistemi” e le “massomafie”. Un’azione sofisticata di delegittimazione, un venticello di calunnioso che è proseguito nella sua breve carriera di sindaco.

Menti raffinatissime diceva Giovanni Falcone. Appunto. E’ chiaro che De Magistris non porge l’altra guancia ma sembra ormai scontata che la sua vicenda giudiziaria passerà nel taglione della legge Severino come prontamente ha fatto notare la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Piero Grasso. Anche in questo caso il quasi ex primo cittadino partenopeo vende cara la pelle e piccato risponde: “Si dimettano i giudici che mi hanno condannato”. Una sentenza durissima e strana, dicevamo. E’ un fatto da segnalare che il pm del processo aveva chiesto nel corso della requisitoria l’archiviazione per la posizione del sindaco di Napoli. Un altro fatto da segnalare è che la Severino, l’ex ministro della Giustizia per un puro caso è anche difensore della controparte di De Magistris nel processo a Roma e la norma che porta il suo nome è stata approvata mentre il processo era ancora in corso.

E intanto, mentre gli altoforni della fonderia napoletana targati Pd – in queste ore – squagliano la politica del passato, confondono il presente e organizzano un futuro da decifrare, Napoli è sempre più abbandonata a se stessa.