A conti fatti è pur sempre un’azienda. Anche se molto particolare. A differenza di tante altre imprese in crisi, continua a percepire i fondi pubblici dei rimborsi elettorali. Ciononostante, da giugno, ha avviato le procedure per il licenziamento collettivo di 42 dipendenti ancora in carico per “cessazione della sua attività politica ed operativa”. E così, come tante altre imprese, anche per il Popolo della libertà, partito in dismissione fondato dall’ex Cavaliere Silvio Berlusconi, nato dalla fusione tra la vecchia Forza Italia e la fu Alleanza Nazionale, è scattata il 24 settembre la convocazione al tavolo di trattativa aperto al ministero del Lavoro. Tavolo al quale erano presenti, oltre all’avvocato Claudio Pennacchio, in qualità di consulente del lavoro e procuratore alle liti del Pdl, i rappresentanti delle sigle sindacali dei lavoratori (UilTucs, FilcamsCgil, Fisascat Cisl e l’Associazione stampa romana dal momento che due dei dipendenti in questione sono giornalisti).

“Il tavolo è stato aggiornato al 2 ottobre. La strada che si prospetta, e che rispetto alla precedente fase della trattativa consideriamo un passo avanti, è quella della Cassa integrazione straordinaria per tutti i dipendenti in esubero, al termine della quale seguirà la procedura di mobilità – spiega Paolo Proietti della UilTucs, presente all’incontro –. Tecnicamente non c’è altra soluzione”. Il “caso” Pdl si apre a luglio. Quando, come previsto dalle norme che regolano le procedure per il licenziamento collettivo, il Popolo della libertà informa le rappresentanze sindacali di non poter “porre rimedio alla situazione di eccedenza del personale ed evitare, in tutto o in parte, il licenziamento collettivo”, a seguito della “sospensione dell’attività politica della scrivente associazione deliberata dall’assemblea generale in data 16 novembre 2013” e dell’adesione dei suoi “rappresentanti” ad “altre formazioni politiche”.

In realtà la decisione riguarda solo una parte dei dipendenti. Quelli che non sono stati riassorbiti nella rinata Forza Italia. E così vengono messi alla porta 29 dipendenti della sede nazionale di Roma (un direttore amministrativo, 20 impiegati, 6 quadri e due giornalisti), 12 della sede regionale della Lombardia (tutti impiegati) a Milano e uno della sede regionale calabrese di Catanzaro. Anche se, come è emerso dal tavolo, due dei 42 lavoratori resteranno in carico al Pdl per il disbrigo della gestione amministrativa dal momento che l’associazione resterà in vita almeno finché continuerà a ricevere i rimborsi elettorali. Il primo incontro, seguito alla comunicazione di luglio, con i sindacati non produce alcun risultato.

Così, come previsto dalla legge, il Pdl demanda al ministero del Lavoro la convocazione del tavolo di trattativa che si è poi tenuto dinanzi ad un funzionario del dicastero. Se il destino dei dipendenti sembra ormai segnato, restano i dubbi dei sindacati. “Tengo a far presente che la maggior parte dei lavoratori che stiamo tentando di tutelare sono dipendenti inquadrati tra il secondo e il quarto livello del contratto nazionale del Terziario, con retribuzioni che possono variare tra i 1.200 e i 1.400 euro mensili. Tra loro, per intenderci, non ci sono i famosi “portaborse” – fa notare ancora Proietti della UilTucs –. Inoltre avremmo voluto capire, nel corso delle discussioni avute con i rappresentanti del Pdl, in base a quali criteri sono stati scelti i lavoratori da far transitare in Forza Italia e quelli da lasciare in carico al Popolo delle Libertà, che si è di fatto trasformata in una specie di “bad company”. Purtroppo non abbiamo avuto i chiarimenti sperati…”. Al riguardo, nei corridoi del fu Pdl, serpeggia una teoria. Che la scure si sia abbattuta su quei dipendenti considerati troppo vicini all’ex segretario scissionista, Angelino Alfano, e all’ex leader di An, Gianfranco Fini. Una vendetta, se così fosse, a scapito dei lavoratori.

di Delio Severi