Che bravo il nostro Parlamento; e che bravo pure il Governo. Finalmente hanno colmato uno scarto normativo per il quale recentemente l’Europa ci aveva bacchettato. Lo scorso gennaio, ovvero meno di nove mesi fa, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo aveva condannato l’Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi, avendogli negato la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre. Nella sentenza, i giudici facevano presente al nostro Paese il dovere di “adottare riforme legislative o di altra natura” per rimediare alla violazione riscontrata.

E così ecco arrivare l’approvazione di ieri, da parte della Camera, della proposta di legge che abolisce l’obbligo del cognome paterno per i figli, lasciando sul tema libertà di scelta ai genitori. Il testo, approvato a voto segreto a Montecitorio, con 239 sì, 92 no e 69 astenuti (il gruppo M5S), ora passa al Senato.

Il provvedimento in sé mi trova assolutamente d’accordo. È un bel segnale di parità tra uomo e donna. Infatti, perché mai doveva contare di più il cognome del maschio e fare in modo che fosse quello ad essere quello dei figli? Una disparità sessuale è stata finalmente emendata.

Permettetemi però un’osservazione: se il Parlamento vuole le leggi possono essere fatte e sempre se il Parlamento e il Governo sono d’accordo vuoti o gli errori normativi che ci segnala l’Europa possono essere rimediati. Anche in tempi molto veloci…Pare.

Ma l’Europa ha emesso un’altra sentenza. Sempre la Corte dei diritti umani più di un anno prima della decisione presa sul cognome, sentenziò che se un Paese prevede unioni civili in alternativa al matrimonio, queste devono essere aperte a tutti, anche a persone dello stesso sesso. I 47 Stati del Consiglio d’Europa – fra cui l’Italia – non potranno escludere le coppie omo dalle unioni civili. La svolta è arrivata con una sentenza di condanna contro la Grecia, perché con una legge emanata nel 2008 aveva limitato l’accesso alle sole coppie etero.

Secondo i giudici: “Negare pari benefici costituisce in questi casi una discriminazione diretta fondata sull’orientamento sessuale, contraria al diritto dell’Unione”. Tutto ciò ha avuto un eco del tutto particolare in Italia, dove alle coppie gay non è precluso solo il matrimonio, ma anche le unioni civili, ed il Parlamento si ostina a non legiferare.

Lo fa invece, in assoluta non-chalance, su temi certamente molto importanti, ma evidentemente più “facili” da gestire, in quanto a possibili conseguenze e polemiche che possano venire innescare. E così i primi commenti al provvedimento che parifica la validità del cognome del padre a quello della madre, sembrano parlarci di un positivo accoglimento generalizzato. “È un altro passo in avanti verso la parità dei sessi e la piena responsabilità genitoriale” dice Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia della Camera; mentre in un’altra Commissione giustizia, questa volta del Senato, è lì ancora a “maturare” il disegno di legge firmato dalla senatrice Monica Cirinnà, che dovrebbe introdurre in Italia la legge sulle unioni civili.

La Corte di Strasburgo è intervenuta più volte sul tema. Nella Sezione Prima, il 24 giugno 2010 la Corte ha analizzato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, scritta nel 1950, ed ha stabilito che alla luce dell’evoluzione sociale il diritto al matrimonio non deve essere più limitato ai casi di matrimonio tra persone di sesso opposto, sebbene “tuttavia, per come stanno le cose, si lascia decidere alla legislazione nazionale dello Stato contraente se permettere o meno il matrimonio omosessuale”. Questo non significa negare il diritto all’unione, ma attesta la necessità di prevedere, oltre al matrimonio, altre forme di riconoscimento giuridico della stabile convivenza della coppia omosessuale. Detto questo, secondo la Corte Europea, resta certo che una coppia omosessuale convivente, con una stabile relazione di fatto, rientra nella nozione di vita familiare.

Quindi, in tema di unioni civili tra coppie omosessuali (ma anche tra coppie eterosessuali), l’ordinamento italiano risulta oltre che lacunoso anche inadempiente rispetto agli obblighi imposti dall’ordinamento europeo di cui fa parte. Questo anche se oggi abbiamo un’ottima e all’avanguardia legislazione sull’assegnazione dei cognomi ai figli.