A luglio sono tornato in Germania. La prima volta ci sono stato da studente Erasmus, nel 2001. Ricordo la trafila a cui venni sottoposto per trovare casa, per iscrivermi all’università, alla biblioteca e per poter accedere ai servizi sportivi. Mi sembra ieri l’entrata nella grande sala di ricevimento al pubblico dell’anagrafe di Kiel, dove in due sedute da cinque minuti mi venne data la residenza provvisoria e mi si spiegò come funzionava la copertura sanitaria.

Allora non pensavo minimamente a figli, burocrazia, educazione. Quest’anno ho deciso che almeno un anno i miei figli dovranno vivere in una realtà di quel tipo. Devono vedere com’è la civiltà, com’è vivere in un posto dove la pubblica amministrazione, anche se severa, ti facilita e ti viene incontro.

Stefania è stata mia compagna di classe negli ultimi anni delle superiori. Liceo scientifico: lei era la prima della classe. Senza spocchia. Eravamo in un liceo della borghesia cagliaritana, me lei, io e qualche altra e altro non eravamo – per condizioni oggettive e soggettive – disposti ad asservirci al dio consumismo. Ricorderò per tutta la vita la semplicità di Stefania e come, sia io che lei, quando dovevamo fare educazione fisica non sfoggiavamo tute e magliette all’ultima moda. Sempre le stesse tute, sempre le stesse magliette anonime.

Poi, con l’università, le strade si sono divise. Volevamo soddisfare la nostra grande passione: io Scienze Politiche (alle superiori non andavo a scuola per leggere Marx in biblioteca), lei in Medicina, per diventare medico pediatra.

Io ho proceduto spedito, lei amata e ben voluta da tutti, ma con più lentezza. C’era qualcosa che non andava, lo intuivo, ma non capivo cosa. Ci vedevamo pochissimo, sempre per caso, in una città che, in fondo, è piccolina.

Poi, da pochissimo, la scoperta: dopo sei anni di diagnosi errata “nel 2012 mi è stata diagnosticata una malformazione congenita del cranio nota come Malformazione di Arnold Chiari di tipo 1”. Una malattia rara, per la quale sta lottando. Come un leone, come sempre.

Ma lottare contro la burocrazia comunale, una via di mezzo tra quella borbonica, anche se borboni non siamo mai stati, e quella indiana no! Per favore no! Ed invece si.

Stefania abita al centro del centro, al centro della Marina, il quartiere di pescatori, proletariato e sotto-proletariato, popolare e vivo. Da qualche decennio al via vai di popoli e credenze si è aggiunto in grande stile il turismo, ed allora è partito un processo di pedonalizzazione.

A Stefania, che vive perennemente come se fosse su una barca su mare mosso, che può perdere completamente da un momento all’altro la minima tonalità muscolare, spetta un pass Ztl (Zona Traffico Limitato). Così che il ragazzo o chiunque altro la possa riaccompagnare a casa quando si sposta per andare a fare una visita o per qualunque altra ragione. Si, le spetta, ma la burocrazia mangia se stessa. Ed oggi, alla fine dell’estate, quando l’area pedonale sta terminando, ancora non ha avuto nulla. Nulla. I suoi parenti e amici hanno accumulato diverse multe, che il Comune non pensa neanche di rimborsare.

Siamo tutti a favore delle aree pedonali e della Ztl. Fatte bene. Se ci sono casi particolari, come quelli di Stefania, bisogna trovare una soluzione. Subito. Ci sono anche le soluzioni di sistema, che il sottoscritto si onora anche di avere fatto mettere in un regolamento: un servizio Sms. Se, per ragioni straordinarie come quelle di Stefania, devi violare la zona Ztl, lo puoi fare mandando un Sms.

Nell’epoca in cui puoi vedere con un satellite, da Cagliari, se il semaforo al centro di Karachi è giallo o rosso, gli uffici dicono che è impossibile, che non si può fare. E la politica tace, anzi, si allinea. Magari la stessa politica che accumula stipendi su stipendi, consulenze su consulenze.

Ora Stefania ha avuto il coraggio di rendere pubblica la sua storia, che è una in mezzo a mille uguali. Cagliari, la Sardegna e l’Italia non ne possono più.

Qualche anno fa sono stato a Milano, per una mostra fotografica. C’era una bellissima foto, a colori, di una signora indiana col sari, in un ufficio caldo e polveroso, circondata da faldoni ancora più polverosi, tantissimi, alcuni pronti a cadere. La rappresentazione fotografica della burocrazia indiana. Non ci sto a fare quella fine.