I nomi, quelli, non ve li posso fare. Eppure ho il dovere di parlarvene. Vedete quello che sta capitando a Milano con l’Expo? Non tanto con la corruzione e l’immortalità di Tangentopoli. Ma con la scoperta di imprese in odor di ‘ndrangheta, o comunque al di sotto dei sospetti. A bizzeffe. Tanto da avere indotto la prefettura di Milano a firmare decine di interdittive. Collegamenti, intestazioni, consigli di amministrazione, sommati a provenienze e fedine penali. Insomma, quel mondo che si è dato appuntamento intorno all’Expo pensando di farne un boccone. Avrete dunque notato quanti interventi di contrasto, quasi a dimostrare che proprio mafia free l’evento non potrà essere ma anche che le cose non stanno andando esattamente secondo il film che le cosche si erano fatte.
Ecco, se questo sta accadendo è anche perché presso la Polizia locale (i vigili urbani , i “ghisa” di una volta) di Milano opera una pattuglia detta “nucleo ambientale”, composta da poche persone, leali, oneste, estremamente preparate e che continuano ad aggiornarsi, a cercare di orientarsi nel mare magno di leggi e circolari, visto che, come spiegano loro, “non esiste nemmeno un codice ambientale, è come se in Italia non si volessero avere le armi per difendere l’ambiente”.

Un giorno di due anni fa si capì che i controlli annunciati in pompa magna non li faceva quasi nessuno, che il famoso gruppo interforze coordinato dalla prefettura ne aveva fatto uno solo da agosto a dicembre, un numero ridicolo nei mesi dei primi sbancamenti. E allora al sindaco Pisapia venne in mente di impiegare la Polizia Locale, dove operava questo nucleo che già collaborava con la Dda. Il mandato fu di controllare giorno e notte, anche nei giorni di festa.

Lo studio del modus operandi delle cosche, delineato da dieci anni di inchieste, spiegava infatti che dei protocolli antimafia le loro imprese si facevano praticamente un baffo, e che bisognava andare sul posto a vedere, a controllare con intelligenza e pazienza certosina. E senza risparmio. I vigili del nucleo non risposero che questi compiti spettano alle forze dell’ordine, non dissero “non abbiamo i mezzi”. Si misero al lavoro. Sopralluoghi di giorno e di notte, compresi i giorni di festa. Trovando resistenze proprio presso chi avrebbe dovuto aiutarli. Vennero invitati a non entrare nei cantieri, “ci dicevano che non ne avevamo titolo”, venne rifiutato loro l’accesso al database di Expo. Gelosie, fastidi.
Per il database dovette intervenire il sindaco sul ministro dell’Interno. Trovarono avvocati delle imprese controllate pronti a far balenare danni civili da brivido per ogni interruzione. “Avevamo a disposizione solo due canali che ci legittimavano a intervenire: l’ambiente e la sicurezza sul lavoro. E li abbiamo usati tutti e due, costretti spesso a limitarci a controllare i camion fuori dai cantieri”. E ne hanno controllati a migliaia di camion, con qualche risultato che qui non si può dire. A questo punto varrà la pena di ricordare due cose. La prima è che, quando si parla di movimento terra e di smaltimento dei rifiuti, si dice ambiente. Fu forse per caso, ma è certo che la giunta Formigoni nominò (subito dopo l’operazione Crimine-Infinito!) direttore dell’Asl 1 competente sui lavori Expo, un signore, Pietrogino Pezzano, che i carabinieri avevano filmato in compagnia di boss ‘ndranghetisti. Solo la rivolta capeggiata dal sindaco di Vanzago, Roberto Nava, e un’inchiesta dell’Arma riuscirono a produrne le dimissioni.

La seconda è, come ricordano gli uomini della pattuglia, che “in Italia non ci sono i delitti ambientali; l’unico superiore alla contravvenzione è l’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti. Non abbiamo dietro nemmeno la forza delle leggi”. Disarmati, dunque, e pure un po’ “intrusi”. E potenzialmente non molto utili. L’area Expo ricade infatti in gran parte nei comuni di Rho, Pero e Baranzate e la loro competenza si fermava ai confini di Milano. Di nuovo il sindaco pensò di fare un protocollo con quei comuni perché le rispettive polizie locali potessero indagare su tutta l’area. Un accordo reciproco. Anche se c’era un non detto: tutto il lavoro in più sarebbe ricaduto “naturalmente” sul nucleo milanese, il più attrezzato. Di nuovo i suoi membri non dissero “non è nostro compito lavorare fuori Milano”, ma si misero di buzzo buono a fare indagini sul nuovo fronte allargato. Sopralluoghi meticolosi, rapporti di inchiesta minuziosi, la scoperta di imprese sospette che, senza dichiararlo, affittavano rami delle aziende vincitrici degli appalti e piazzavano i propri uomini nei cantieri. Un lavoro fatto con l’orgoglio di chi sa di servire in fondo una causa nazionale, e che sta dando risultati in ogni direzione. Se qualcuno ha in mente la faccia del ghisa un po’ imbranato di Totò e Peppino a Milano; se qualcuno si è indignato (giustamente) per i vigili che se la intendevano con le discoteche della movida e con qualche commerciante disonesto; pensi anche a questa pattuglia di senza nome che forse Milano non ringrazierà mai e che per questo ho voluto raccontarvi.

Il Fatto Quotidiano, 21 settembre 2014