Questi giorni di buriana governo-sindacati sono perfetti per capire meglio gli italiani, cioè noi, il nostro “dentro”, che combacia assai poco con il nostro “fuori”. Fuori siamo in tanti con Renzi, con la sua battaglia contro la conservazione, con l’idea che chi non ha tutele sindacali possa finalmente essere riconosciuto e considerato come soggetto attivo, con una sinistra che finalmente abbandona lacci e lacciuoli del passato. Dentro però, nel buio della nostra anima, le cose non stanno esattamente così, soprattutto quando ci tocca di vivere una situazione intricata, quando si rischia di perdere un posto di lavoro faticosamente conquistato o quando veniamo a sapere di condizioni analoghe da parte di persone a cui siamo legate.

In questo caso, i buoni discorsi sulla modernità di un Paese lasciano progressivamente spazio alla rabbia, siamo molto meno disposti a considerare le “ragioni” del datore di lavoro, al punto che consideriamo tutte le azioni possibili pur di difendere il nostro lavoro. Vale la pena di ribadire che tutto questo è giusto e doveroso da parte del lavoratore, rientra nei suoi pieni diritti. Si tratta di capire poi come ci comportiamo fuori, se esibiamo il famoso doppio registro imbarazzante così caro agli italiani.

Da questo punto di vista, noi giornalisti siamo campioncini di doppiezza, capaci di tessere lodi sperticate al riformista e poi, in parallelo, muovere ogni pedina perché le nostre condizioni (spesso privilegiate) non vengano minimamente scalfite. Anche per noi, come per tutti i lavoratori, questi tempi non hanno portato nulla di buono, i giornali sono in crisi, alcuni chiudono o rischiano di chiudere, altri vivono semplicemente grazie allo stato. Anche se non abbiamo mai avuto l’articolo 18 in senso stretto, la categoria è stata sempre blindatissima da questo punto di vista. Il giornalista non si poteva licenziare, i prodotti intellettuali, il mondo dell’informazione, hanno sempre potuto contare su una grande cintura protettiva. Ora, però anche da noi i buoi sono abbondantemente scappati e ci dobbiamo misurare con la realtà.

Realtà difficili ce ne sono molte e due, in particolare, fanno riferimento a Matteo Renzi: Unità ed Europa. L’Unità per via partitica, Europa, che invece risponde alla vecchia Margherita, per affinità elettive. Ebbene, anche quest’ultima è stata messa in liquidazione, nonostante, sostiene la redazione, i conti siano in ordine. Ragiono per paradosso: Europa sostiene fortemente e fedelmente Renzi, in linea di principio dovrebbe sopportare con serena rassegnazione la chiusura di un “ramo d’azienda” non più produttivo e farsene una ragione. Invece s’incazza, con passione, con la consapevolezza di essere professionalmente all’altezza, di poter essere considerata una risorsa e non un peso.

Queste sono le vere ragioni del lavoratore quando subisce quello che egli considera un torto. Non è forse nel giusto quando difende a spada tratta il suo posto di lavoro, articolo 18 o meno, non pensa forse a sé, alla sua famiglia, alla condizione mentale messa così a dura prova? Cosa sta facendo di così riprovevole?

Ascoltavo ieri sera le ragioni del professor Ichino opposte a quelle di Landini. Ichino, che non può certo essere accusato di incoerenza – pensa queste cose dagli anni ’90 – parlava proprio della ristrutturazione aziendale come una delle situazioni plastiche che preludono a licenziamenti. Con grande serenità, declinava l’assunto: “Ma come si fa a delegare la decisione di reintegrare o meno un lavoratore a un giudice che non sa nulla di economia aziendale, di ristrutturazioni interne, che non conosce la vita di quella azienda? È assurdo”.

Perfetto, mi chiedo allora (e giro il quesito a Pietro Ichino): chi vigilerà sugli imprenditori, chi potrà esercitare un serio controllo sui loro atti, sul fatto cioè che quella ristrutturazione sia davvero alimentata da ragioni inoppugnabili e non sia invece un modo surrettizio, garantito dallo stato, per sbarazzarsi di persone indesiderate?

Questi, in un’economia liberale, si chiamano pesi e contrappesi.