I “think-tank” sono gruppi di “thinkers” (pensatori, studiosi) riuniti in organizzazioni (tanks) più o meno culturali, create per approfondire studi, ricerche, ecc. in ogni campo dello scibile umano. Ce ne sono perciò a migliaia, alcuni dei quali di altissimo livello. La caratteristica principale dei think-tanks è che, oltre ad essere formati da personaggi spesso di altissimo livello culturale e scientifico, essi sono solitamente indipendenti da organizzazioni politiche o istituzionali e spesso ubicati in università dalle quali ricevono la disponibilità delle strutture operative e i fondi necessari al proprio mantenimento (fondi che però non bastano mai).

La caratteristica principale che li rende preziosi alla società civile e scientifica non è però soltanto l’altissimo livello degli studi e delle ricerche che essi fanno, ma è la loro attendibilità, dovuta soprattutto alla proverbiale imparzialità dei think-tank rispetto a determinati interessi di parte (politici o altro) che normalmente guidano invece le altre organizzazioni culturali e/o scientifiche.

Per questa ragione, come dice Krugman nel suo recente articolo “How to get it wrong (Ecco come si può sbagliare) appare molto sorprendente che nessuno abbia dato, prima del 2008, efficace avviso del cataclisma economico-finanziario che stava per abbattersi sul mondo.

Si potrebbe capire che le organizzazioni governative o istituzionali, di solito guidate da interessi politici contrapposti, ma in qualche caso con interessi economici coincidenti, non abbiano suonato per tempo l’allarme, non si può invece capire perché non l’abbiano fatto i “think-tanks” specificamente dedicati alla materia macro-economica.

L’amico Stefano Feltri, scrive nel suo blog su ilfattoquotidiano.it che non è d’accordo (Crisi e teorie economiche…ecc.) con Krugman e dice: “… nessuno aveva capito tutto, ma molti avevano capito tanto.” E dopo aver precisato quali economisti lo avevano fatto, dice: “Il vero disastro lo hanno fatto gli economisti quantitativi, i previsori”, quelli che fanno cioè fanno previsioni sul futuro, e tra questi cita il Fondo Monetario e l’Ocse. Costoro hanno sbagliato tutto, quindi o sono gran pasticcioni o non hanno capito niente.

Il che però, se non impossibile, mi sembra alquanto improbabile, dato che hanno tutto ciò che serve, strumenti, fondi, cervelli, per fare al massimo livello ciò che è nella loro missione e cioè: previsioni sofisticate e corrette.

Su questo stesso tema è intervenuto ieri anche l’astrofisico Francesco Sylos Labini che ritiene invece essere, quello degli economisti neoclassici, un “miserevole fallimento”, anche se moderato in parte dalla comune convinzione di tutti gli “addetti ai lavori” che un disastro del genere non fosse proprio possibile.

Anche secondo Labini, dunque, intanto non è vero che nessuno abbia visto quanto stava per accadere, e cita Benoit Mandelbrot, che già negli anni 60 aveva capito possibili disastri globali dovuti alla instabilità dei mercati dovute a incontrollabili fluttuazioni. Poi cita anche un libro in uscita di Buchanan che avverte: “…i mercati finanziari non raggiungono mai una situazione di equilibrio stabile e dunque una qualsiasi perturbazione, può innescare un processo a valanga” ecc.

Quindi Labini, dopo aver debitamente approfondito il tema, conclude che, anche nella dinamica dei mercati finanziari occorrerebbe tenere in considerazione lo studio dei sistemi caotici dove piccole cause possono comportare effetti enormi.

Interessante questa digressione delle scienze economiche nell’astrofisica, temo però che, in queste particolari materie: borsa, economia, finanza, politica, pesino assai di più i ben più venali soldi (chi li dà e chi li riceve), che non le teorie dei sistemi caotici. E non mi riferisco ovviamente al denaro che gira nelle transazioni, ma a quello che viene speso allo scopo di fare o disfare regole, aprire o chiudere i rubinetti dei flussi, ecc.

Mi viene in aiuto a questo scopo l’articoloInfluence at Think Tank(L’influenza sui Think Tank).

In questo articolo, accompagnato da diverse tavole ricche di nomi e dettagli, si apre una finestra importantissima sugli intrecci di denaro che scorrono a fiumi al fine di influenzare le decisioni che vengono prese a Washington.

L’articolo parte con il Ministro degli Esteri norvegese, determinato a spendere 5 mln. di dollari a Washington al fine di ottenere dalle Istituzioni americane un investimento doppio su programmi che interessano alla Norvegia. Detta così sembrerebbe una delle tante pressioni dei lobbysti che affollano Washington, ma non lo è, perché destinatario della somma in questo caso non era un lobbysta, ma il Centro per lo Sviluppo Globale, una organizzazione non profit (ovvero un Think Tank) che fornisce studi, statistiche e altro alle istituzioni governative americane.

Ma non è certo l’unica. I tre giornalisti che hanno firmato l’articolo hanno condotto a loro volta una indagine e hanno trovato diversi di questi casi. Almeno una dozzina di prominenti istituzioni sul tipo di questa hanno ricevuto decine di milioni di dollari in questo modo da “donatori” esteri che hanno interesse a vedere Washington prendere decisioni a loro favorevoli. Dice perché il New York Times: “I soldi stanno trasformando in modo crescente gli ex granitici think-tank in bracci muscolari di interessi stranieri in Washington”.

Il che mette in seria discussione la neutralità, e quindi l’affidabilità dei lavori prodotti da queste istituzioni e, benché sia obbligatorio per legge negli Usa dichiarare ogni attività lobbystica e il relativo denaro incamerato, non e’ pero’ ovviamente specificato nella legge ciò che il relatore deve dire.

Alcuni studiosi infatti hanno ammesso di aver ricevuto pressioni per arrivare a conclusioni “amichevoli” verso i soggetti finanziatori.

Naturalmente non tutti i Think Tanks sono così ben disposti ad usare un “occhio di riguardo” verso i propri finanziatori, ma è sempre più frequente trovare nei contratti di finanziamento ai Think Tanks delle formulazioni che vincolano il ricevente a non svolgere attività che possano…ecc. ecc.

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Adesso però aggiungo qualcosa di mio a quanto dice, e non dice, il New York Times: se semplicemente coi soldi si possono influenzare le decisioni di Washington, figuriamoci se non è ancor più probabile il percorso inverso (vedasi questo articolo).