Lo sfondo è l’appiccicosa Louisiana, con il suo accento da profondo sud e i colori smunti del paesaggio. Due poliziotti della Omicidi, che da poco tempo lavorano insieme, si trovano tra le mani un caso intricato: l’assassinio rituale di una ragazza, abbandonata sotto un albero, legata e circondata da strani simboli e con la testa circondata da rovi, rami intrecciati e un paio di corna di cervo in bella mostra. E’ questo l’episodio da cui prendono le mosse le vicende di True Detective, serie in otto episodi creati dallo scrittore Nic Pizzolatto e diretti da Cary Joji Fukunaga che ha conquistato pubblico e critica negli Stati Uniti e che ieri è stata presentata al Roma Fiction Fest, in vista dell’esordio italiano su SkyAtlantic, a partire dal 3 ottobre. 

Una bella trama poliziesca, non c’è che dire, che può inoltre contare su un valore aggiunto mica da poco: i detective Cohle e Hart sono interpretati da Matthew McCounaghey, fresco vincitore dell’ultimo Oscar per Dallas Buyers Club, e Woody Harrelson, ormai navigato attore amato da pubblico e critica, candidato all’Oscar due volte per Larry Flint e The Messenger. Una coppia di burberi poliziotti americani, a prima vista perfettamente calati nello stereotipo dello “sbirro” a stelle e strisce. Ma la psicologia dei personaggi è molto più profonda di quanto non sembri di primo acchito, e la lunga e travagliata indagine sull’omicidio della prostituta Dora Kelly Lange si intreccerà con le loro vicende.

True Detective è stato uno dei casi più clamorosi dell’ultima stagione televisiva americana, con tanto di recensioni entusiastiche della critica, un successo di pubblico in crescendo e svariati premi ricevuti, tra cui cinque Emmy. Non quello per il migliore attore, però, nonostante la nomination di entrambi i protagonisti, visto che Bryan Cranston, l’osannato Walter White di Breaking Bad, ha fatto piazza pulita anche quest’anno. La prova d’attore di McCounaghey e Harrelson, però, è da storia della tv. Le due star hollywoodiane hanno confezionato un piccolo capolavoro attoriale, riempiendo i personaggi di sfumature degne di una grande pellicola cinematografica.

E in realtà non è un caso che True Detective abbia visto la luce proprio adesso, visto che ormai da qualche tempo le serie televisive americane hanno acquisito un’importanza forse mai avuta prima, riuscendo a competere con i film per il cinema senza timori reverenziali nei confronti della settima arte. Basti pensare, ad esempio, alla rinascita di un grande interprete come Kevin Spacey, che dopo un periodo di appannamento è tornato alla grande con House of Cards, la cinica e spietata serie politica che tanto piace a Barack Obama (e a Matteo Renzi, sostiene qualcuno). Ma gli esempi non mancano: dallo stesso Breaking Bad a Il Trono di Spade, passando per Mad Men, Downton Abbey e Fargo (tratto dal film dei fratelli Coen), è tutto un brulicare di grandi produzioni televisive che in poco tempo sono già entrate nella storia del piccolo schermo. Verrebbe da dire che “Television is the new cinema”, parafrasando Orange is the new Black (altro successo clamoroso che sta per sbarcare in Italia, mentre negli Usa si aspetta la terza stagione), e True Detective è forse il paradigma di questa ritrovata età dell’oro.

Fino a qualche tempo fa, un grande attore hollywoodiane avrebbe avuto più di qualche dubbio nell’accettare un copione televisivo. Ora, a quanto pare, sulle colline di Hollywood non vedono l’ora di sbarcare in tv. Colpa della crisi economica, forse, che costringe a produrre spendendo meno di un kolossal cinematografico, ma anche merito del web, visto che le piattaforme di streaming online legale come Netflix (sbarcata anche in molti paesi europei proprio in questi giorni ma non in Italia) e anche i siti pirata che trasmettono le serie ben prima del loro arrivo sui nostri palinsesti, hanno di fatto creato un nuovo pubblico televisivo che paradossalmente non guarda la tv, ma usa la Rete per nutrirsi avidamente delle serie del momento. La rivoluzione culturale della serialità americana è ormai un dato di fatto consolidato. Dalle nostre parti, a parte qualche lodevole eccezione come Gomorra – La Serie, si continua ancora a puntare su prodotti più tradizionalisti e rassicuranti come Cesaroni, Un Medico in famiglia, Don Matteo e compagnia. Ma si sa: la tv è lo specchio del paese, e il paese è conservatore anzichenò.