Duncan Ross, docente di Economia all’università di Glasgow, su quali pilasti economici la Scozia basa la propria indipendenza economica? Bastano petrolio, gas, energie verdi, turismo e agroalimentare?
“Già senza mettere nel conto i proventi di petrolio e gas, il Pil pro capite scozzese è quasi equivalente a quello del resto del Regno Unito. Con lo sfruttamento quasi esclusivo dei giacimenti di idrocarburi, finirebbe per essere tra il 10 e il 15% più alto. Le industrie che lei ha menzionato sono importanti, ma lo è anche il comparto alimentare, quello scientifico, il settore hi-tech e l’industria dei giochi, nonché il settore dei servizi finanziari. Non tema: senza Londra, la Scozia starà bene”.

Il Financial Times parla di una fuga di capitali che sarebbe già cominciata, Credit Suisse paventa una “forte recessione con conti correnti e salari in calo del 10%”. Sono pericoli reali?
“I rischi sono sempre reali, ma raramente le prospettive sono così negative come appaiono in un primo momento. La novità fondamentale è che, con l’indipendenza, la Scozia potrà adottare in maniera autonoma misure per mitigare i rischi. Al momento siamo completamente dipendenti da decisioni prese a Londra”.

Le incognite sono ancora molte: come pensate di risolvere la questione del debito pubblico?
“La questione è risolvibile adottando il criterio della quota di popolazione: gli scozzesi sono l’8,2% degli abitanti del Regno Unito e per questo sono disposti a sobbarcarsi all’8,2% del debito pubblico britannico”.

Londra non la fa così facile. Poi c’è la questione della moneta: Mark Carney, governatore della Bank of England, ha più volte sostenuto che l’indipendenza non è compatibile con l’unione monetaria. E’ così?
“Nessuna economia è caratterizzata da una completa sovranità, con l’unica eccezione della Corea del Nord che però non rappresenta un modello economico e politico attraente. I compromessi sono inevitabili, ma sarebbe bizzarro sostenere che la Francia, la Germania o l’Italia non sono Stati sovrani solo perché condividono la valuta con altri membri dell’Unione europea”.

Alla Scozia converrebbe entrare nell’Unione Europea e adottare l’euro?
“La Scozia rimarrà nell’Unione europea. Nessuna istituzione può costringere Edimburgo ad adottare l’euro, dal momento che il governo non  ha aderito all’European Exchange Rate Mechanism. Se l’adesione all’euro fosse una condizione per entrare nell’Unione, allora il compromesso raggiunto da Danimarca e Svezia, ovvero l’impegno ad aderire in un futuro non meglio specificato, costituirebbe un precedente”.

Le politiche di austerità praticate nel continente non spaventano gli scozzesi?
“Le politiche di austerità imposte da Westminster sono il vero pericolo per la prosperità economica e la sicurezza sociale nel nostro Paese. Dal momento che la Scozia non fa parte della zona euro, Bruxelles non può imporle le sue politiche fiscali o di austerità”.

Quali politiche imposte da Londra minano la prosperità della Scozia?
“Tagli sostanziali al welfare, che cresceranno nei prossimi anni. Sia i conservatori che i laburisti a Westminster sono in prima linea nel tagliare le risorse destinate allo stato sociale. Esempio ne è la Bedroom Tax, un taglio delle prestazioni assistenziali erogate a coloro che hanno una stanza libera in casa. L’intenzione era quella di costringere la gente a trasferirsi in case più piccole liberando le abitazioni più grandi per le famiglie numerose, ma non è stata prestata alcuna alcuna attenzione a tutta una serie di categorie particolari: in primis, alle famiglie con persone disabili che hanno bisogno di spazio per conservare le attrezzature necessarie, ma anche alle famiglie costituite da genitori separati che ospitano i loro bambini nei fine settimana”.

Quali potrebbero essere le conseguenze di breve/medio periodo della vittoria del sì sui mercati internazionali e sulla valuta?
“Chiaramente i mercati non amano il tipo di incertezza che un’eventuale vittoria del sì comporterebbe. Una diminuzione del valore della sterlina starebbe a dimostrare che il Regno Unito ha bisogno del petrolio scozzese per sostenere l’enorme montagna di debiti che ha accumulato. Quindi l’incertezza causata dall’irresponsabile rifiuto del governo britannico di dare vita a un’unione monetaria potrebbe essere evitata o mitigata immediatamente se Londra decidesse di negoziare. Nel lungo termine, mi aspetto che l’economia scozzese sarà sostanzialmente più forte rispetto al resto del Regno Unito”.

Nel caso di un’unione monetaria con Londra, Edimburgo non teme le inevitabili fluttuazioni tra le economie che caratterizza l’Ue?
“Il vantaggio dell’indipendenza è che il governo scozzese potrebbe decidere autonomamente le politiche necessarie a soddisfare le esigenze e le aspirazioni dei suoi cittadini. Anche l’Unione europea sarebbe l’occasione per condividere la sovranità negli ambiti in cui converrebbe farlo, la diversità non è sempre un fattore negativo”.

I piccoli imprenditori sembrano orientati verso l’indipendenza, banche e multinazionali sono contro. Cosa significa?
“I proprietari delle piccole imprese sono i primi a riconoscere le opportunità offerte loro dall’indipendenza per rispondere alle aspirazioni dei loro clienti. Ad alcune grandi aziende non piace il cambiamento, ma è anche chiaro che la Scozia rimane estremamente attraente per le imprese multinazionali e gli investimenti diretti dall’estero. Le capacità di attrazione sono significative: enormi risorse, manodopera qualificata, ottime università, grande qualità della vita”.

Una vittoria del sì innescherebbe una serie di rivendicazioni a catena dei movimenti indipendentisti di tutta Europa. Sentite la responsabilità della decisione?
“Questo referendum riguarda solo la Scozia e nessun altro Paese. Il popolo scozzese è chiamato ad esprimere un giudizio che riguarda la propria autodeterminazione ed è focalizzato esclusivamente sulla Scozia, non sulla Crimea, la Catalogna, le Fiandre o la Bretagna”.