Quasi 140mila euro, 138.768, per l’esattezza, per un capo della segretaria senza laurea, duplicazioni di ruoli e poco meno di 350mila euro per tre componenti della segreteria del ministro che hanno appannaggi doppi rispetto alla media, 22 unità tra Gabinetto e uffici di collaborazione del ministro. E’ questa in sintesi la fotografia dei dati relativi agli uffici del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Che, da quando si è insediata nel dicastero di via Veneto, non ha badato a spese. Perché di decreto ministeriale in decreto ministeriale, per incarichi di vertice e altre collaborazioni dirette, ha messo assieme, tra conferme e nuove designazioni, un onere a carico delle casse pubbliche di poco inferiore a 1 milione di euro annui. Ai quali vanno aggiunti i 207mila euro di esborso per i capi segreteria dei tre sottosegretari Calenda, De Vincenti e Giacomelli e l’importo in via di definizione del capo segreteria del sottosegretario Vicari.

Con il risultato che il solo Gabinetto del ministro Guidi, retto oggi da 11 addetti, ha un costo complessivo annuo attorno a 700mila euro. Che subiranno un ulteriore incremento non appena verrà determinato il compenso del portavoce. Insomma non pare esserci crisi al ministero dello Sviluppo, che però la crisi la tocca ogni giorno con mano lavorando ad oltre 160 tavoli su altrettante imprese a rischio chiusura. Dando poi uno sguardo all’organigramma degli uffici del ministro, balza in primo luogo agli occhi la presenza di ruoli che sembrano fotocopia l’uno dell’altro. Come in tutti i ministeri, anche in quello retto dalla Guidi c’è un capo di gabinetto, ma esistono anche due vice e pure un direttore dell’ufficio di gabinetto. Sono inoltre tre le persone che compongono la segreteria più stretta della Guidi, suddivisa tra “segretario particolare del ministro”, “capo della segreteria del ministro” e “capo della segreteria tecnica del ministro”.

Vale poi la pena di soffermarsi sugli appannaggi dei collaboratori diretti della Guidi. Come quello della segretaria particolare, accreditata di una remunerazione lorda annua di 69mila euro. Cifra, questa, doppiata dal compenso del capo della segreteria, che gode di un trattamento economico lordo annuo pari a 139mila euro. Si tratta di Elisabetta Franzaroli – dal 1996 fino a febbraio scorso segretaria della stessa Guidi nell’azienda di famiglia, la Ducati Energia -,  “la cui designazione e il cui inquadramento salariale sono legittimamente avvenute – ci ha fatto sapere il ministro attraverso il suo portavoce – coerentemente con i criteri di cui al Dpr 198/2008”. La Franzaroli peraltro, come si apprende dal relativo curriculum vitae, non solo non vanta alcuna esperienza nella pubblica amministrazione, ma dispone soltanto di un diploma di ragioneria. Titolo che, in caso di concorso, non sarebbe sufficiente per ricoprire funzioni equiparate alla dirigenza, come è quello di capo segreteria di un ministro.

Peraltro lo stipendio della storica segretaria della famiglia Guidi – che prima di trasferirsi da Bologna a Roma ha deciso peraltro di mettersi in aspettativa – , non ha eguali in nessuno dei ministeri chiave. E nemmeno per ruoli di segreteria tecnica, per i quali sono richieste competenze specifiche e talvolta alte specializzazioni. Ad esempio, al ministero dell’Economia e delle finanze il capo della segreteria tecnica è costato 36mila euro annui; lo stesso ruolo, agli esteri, viene invece pagato 68mila euro. Ciò peraltro, contro il super compenso, pari a 139mila euro, di Stefano Firpo, a sua volta capo della segretaria tecnica del ministro Guidi, ereditato dall’era di Corrado Passera. E che però, a differenza della collega Franzaroli, vanta almeno un nutrito curriculum formativo e professionale.

“Le amministrazioni pubbliche […] possono conferire consulenze, incarichi diversi e dirigenziali, ad esperti di provata competenza per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio”, si legge nella presentazione della pagina web del ministero dello Sviluppo dedicata alla trasparenza. Sta di fatto che se da un lato il ministro Padoan annuncia una riorganizzazione del suo dicastero con il conseguente taglio di 139 posizioni dirigenziali, dall’altro emerge come le pratiche di proliferazione degli incarichi ad personam, anche nel governo Renzi, siano dure a morire. 

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