I rimborsi chiesti e ottenuti da Matteo Richetti erano tutti legati a spese che l’ex presidente dell’assemblea legislativa emiliano-romagnola riteneva di poter fare. Così il deputato del Pd si sarebbe giustificato di fronte ai Pm di Bologna che lo hanno indagato per peculato per circa 5.500 euro e che in mattinata, su sua richiesta, lo hanno interrogato. “Valuteremo gli elementi raccolti, anche sulla base di quello che abbiamo dichiarato oggi, poi nei prossimi giorni presenteremo la richiesta di archiviazione”,  ha annunciato Gino Bottiglioni, avvocato del parlamentare Pd.

L’audizione davanti ai Pm Antonella Scandellari e Morena Plazzi, al procuratore aggiunto Valter Giovannini e al Procuratore della Repubblica Roberto Alfonso è stata, a quanto si apprende, serena. Richetti, assistito dall’avv. Gino Bottiglioni, avrebbe più volte ribadito di essere stato molto attento e parsimonioso nelle spese. In merito ai soggiorni in un hotel a Riva del Garda, in due distinte occasioni, nel 2010 e nel 2011, per partecipare ad un’iniziativa di VeDrò, il deputato avrebbe riferito che era quasi una consuetudine che la Regione Emilia-Romagna fosse rappresentata in quell’occasione e che anche in precedenza era successo. Rispetto poi al fatto che in una delle due occasioni era con la moglie, il politico ha spiegato che la cifra pagata per la camera sarebbe stata la stessa che avrebbe dovuto saldare se fosse stato da solo. Richetti ha anche portato volantini di altri eventi a cui ha partecipato.

 Dall’indagine sulle spese del consiglieri regionali dell’Emilia-Romagna, che in questi giorni sta procedendo con le prime audizioni di indagati, Stefano Bonaccini e Matteo Richetti, sentiti su loro richiesta, emerge una complessità di fondo nella lettura delle 36 mila voci di spesa vagliate dalla Gdf, ma anche una mancanza di regole chiare nei rimborsi, una sorta di confusione contabile nella rendicontazione delle spese da parte dei consiglieri dei gruppi. I Pm che, dopo oltre due anni di accertamenti delle Fiamme Gialle, hanno iscritto altri consiglieri per peculato oltre ai nove capigruppo indagati da ottobre 2013, hanno potuto constatare come non ci fossero parametri chiari sul concetto di inerenza delle spese all’attività di consigliere. Ogni spesa messa a rimborso era di fatto una valutazione soggettiva, lasciata alla sensibilità del singolo. Dalle indagini, inoltre, non emerge nemmeno che ci fosse un controllo particolare, visto che non risultano di casi significativi di restituzione di soldi spesi impropriamente. Non è escluso che per sbrogliare ulteriormente la questione, vengano convocate persone a cui veniva passata la documentazione che attestava le spese, anche se la responsabilità individuale di eventuali illeciti sarebbe comunque in capo ai singoli politici.