È questione di identità, come provava a spiegare il secondo pilota dell’Aereo più pazzo del mondo Roger Murdock.

Kareem Abdul-Jabbar ha vissuto più vite in una sola, l’equivoco è consentito. Nacque Ferdinand Lewis Alcindor Junior nell’Harlem del 1947 e dalla cima dei suoi 2 metri e 18 centimetri ha visto sbriciolarsi tutti i record della National Basketball Association. Arrivò nella Lega nel 1969, dopo aver negato per un paio di anni l’alternativa della sconfitta all’Università della California. Si accasò ai neonati Milwauckee Bucks e portò nel Wisconsin degli Happy Days il primo e unico titolo. Poi tornò a Los Angeles, coi Lakers vinse 5 anelli in compagnia di Magic Johnson. Si è ritirato a 40 anni con 38.387 punti all’attivo. Come lui nessuno.

Sul parquet, come realizzò presto il piccolo Joy nella cabina di pilotaggio, era impossibile confonderlo. Kareem era un gigante che ballava sul piede perno. Poi faceva piovere nel canestro il suo skyhook, il gancio cielo che ha contribuito a alimentarne il mito.

 

1971, anno di confine. Lew si spogliò di se stesso e divenne Kareem Abdul-Jabbar, che più o meno suona come nobile e generoso servitore del potente Allah. La spiegazione andava cercata nelle radici: “La mia famiglia fu portata qui da un proprietario terriero francese di nome Alcindor nel ‘700. La maggior parte degli schiavi allora credeva nell’Islam. Gli afroamericani non conoscono la loro storia perché negli anni è stata soppressa e distorta”.

Kareem, musulmano dall’età di 15 anni, rivendicava la sua appartenenza Yoruba, popolo dell’Africa occidentale che era stato sparpagliato tra Caraibi e Nord America dal colonialismo.

 

Nelle sue esistenze ha fatto di tutto. Nel 1968, a 20 anni, boicottò le Olimpiadi di Città del Messico in solidarietà ai suoi coetanei cadevano nel pantano vietnamita. Ha scritto libri sulla storia degli afroamericani, è guarito da una leucemia ed è stato fermato per guida sotto effetto di cannabis, che usava per curare l’emicrania. Nel 2012 è stato nominato ambasciatore degli Stati Uniti per la cultura e la tolleranza da Hillary Clinton.

Il suo percorso, oggi, appare simile e opposto a quello di un’altra leggenda dello sport Usa: Muhammad Ali. Entrambi furono inavvicinabili sui loro ring, entrambi costruirono il proprio personaggio nelle pieghe più controverse della società a stelle e strisce. Ali, dopo una gioventù ribelle e dirompente, si è trovato un santino affrescato addosso dal tempo e dalla malattia. Il contrario sta accadendo al Capitano

Kareem Abdul-Jabbar non si è mai tirato indietro nel dibattito politico, ma è negli ultimi mesi che i suoi contributi si sono fatti più frequenti e taglienti. Con mira e determinazione, come ai tempi delle sfide con i Celtics, ora affronta il razzismo e le ipocrisie del suo paese. 

 

“L’indignazione morale stanca. Ed è pericolosa. L’intera nazione si è presa una forma grave di sindrome del tunnel carpale a causa del nuovo popolare sport del Puntare il dito. Per non parlare dei torcicollo causati dallo Scuotimento di testa con fare superiore”.

Era il 28 aprile e tutti in America davano contro all’allora numero uno dei Los Angeles Clippers Donald Sterling, reo di aver parlato male degli afroamericani durante una telefonata con l’ex compagna. Jabbar analizzava da un altro punto di vista: “l’ultimo caso di una ricca celebrità bianca che si scopre essere razzista”: “Se dobbiamo scandalizzarci, scandalizziamoci con noi stessi per non esserci scandalizzati in questi anni” scrisse nel suo editoriale su Time

Non si è adeguato al pensiero comune nemmeno nelle scorse settimane, quando ha difeso il proprietario degli Atlanta Hawks Bruce Levenson, protagonista di una vicenda apparentemente simile a quella di Sterling. In una lettera Levenson si lamentava per l’eccessiva presenza al palazzetto di lavoratori e pubblico di colore che, a suo modo di vedere, rappresentava un disincentivo per i tifosi bianchi.

“Non è un razzista, è solo un businessman che cerca di attirare il pubblico” è stato il commento di Kareem Abdul-Jabbar, secondo cui ogni corporazione che vuole attrarre un certo tipo di clientela deve enfatizzare i caratteri di quella comunità e ridurre l’impatto delle altre. 

Il vero problema semmai è che l’elezione di Obama, che l’ex giocatore aveva sostenuto sin dal primo giorno, ha dato agli Stati Uniti: “Una falsa sensazione di appagamento”

“I bianchi che credono ai fantasmi sono più di quelli che credono al razzismoha spiegato -. Infatti esistono gli Acchiappafantasmi, ma non gli Acchiapparazzisti”

Non c’era nulla di spiritoso né provocatorio, invece, nelle parole che ha messo nero su bianco dopo la morte del diciottenne Michael Brown a Ferguson, nel Missouri. L’analisi di Kareem Abdul-Jabbar partì dal 4 maggio 1970, quando la guardia nazionale dell’Ohio aprì il fuoco sugli studenti della Kent University che protestavano contro la guerra in Cambogia. L’articolo è in inglese, vale la pena leggerlo. 

E’ la riflessione sui precedenti storici a portare Kareem Abdul-Jabbar a stabilire che “i fatti di Ferguson non sono il nuovo episodio di un sistema razzista, ma conflitto di classe.

“Il problema esiste negli Stati Uniti – spiega – ma se il razzismo dei bianchi contro i neri ha forti impatti economici sul futuro della comunità nera, quello dei neri contro i bianchi non ha alcun impatto sociale misurabile”

Ci hanno provato tutti in America. Ma con la penna in mano, come in uno contro uno, Kareem Abdul-Jabbar non si può contenere.