Gli italiani sono connessi in media per quasi 5 ore al giorno. Ricerche random, chat, soprattutto tanta attività sui social network. Nel nostro Paese, Facebook è un’epidemia, ci passiamo circa due ore ogni dì cadauno. Ora, su questo social, è diventato di moda fare la “book nomination”, la risposta colta alla “nek-nomination”. Se, per la seconda, si indicano pubblicamente sfidanti che devono ingurgitare alcol alla velocità della luce davanti a una cam, pena il pubblico ludibrio, la catena di sant’Antonio dei libri propone di postare la top ten dei libri più amati e di chiedere poi a dieci amici di fare lo stesso. 

Carino, no? È una roba che appaga l’ego, ci racconta e ci mostra in quanto persone fini e colte. Come l’Ice Bucket Challenge, fatto per far parlare della Sla ma anche occasione per venderci come filantropi. Curioso scoprire ciò che hanno amato gli altri: Il Piccolo Principe, la Coscienza di Zeno (in fondo a scuola ci siamo passati tutti), magari Fabio Volo, un insolito Guenon… Bello, evidenziare quanto si sia “cool” e particolari, nelle letture, peccato poi che nel Belpaese nessuno legga e tutti scrivano. 

Il problema è che in questo modo, ancora una volta, rendiamo disponibili ai giganti del web (e se non siamo attenti a chiunque) ulteriori dati sulle nostre preferenze individuali: postando sulla bacheca i miei libri preferiti mi racconto, e quindi permetto a chi vuole avere notizie su di me di profilarmi meglio. Per questo preciso scopo esistono app, giochini e test che girano su Facebook: diciamo che bevande preferiamo, che dittatore ci piace di più, qual è l’auto per noi e menate del genere. Esplicitiamo preferenze e le cediamo a chi legge. Niente di male, dirà qualcuno, se non si ha niente da nascondere. Ma un minimo di attenzione in più sarebbe legittima. Vogliamo veramente far monetizzare tutto quello che ci riguarda? Tutti devono sapere tutto di tutti? 

I social, si sa, funzionano proprio perché lavorano sull’esposizione della privacy, ma è sempre bene pensare cosa si dice e a chi, quando si è in rete, dove l’anonimato non esiste e le azioni, spesso motivate con interesse, hanno conseguenze. Domanda: chi fa partire queste catene di Sant’Antonio, che in modo sottile ci chiedono di esprimerci? I social, ricordano gli esperti, non sono veramente gratis. Al netto della paranoia. Una cosa da tenere a mente anche in vista degli sviluppi della tecnologia, che ci offrirà sempre più servizi e sempre meno “vestiti” con cui coprirci.