In questi giorni sta girando su Facebook una sorta di catena di Sant’Antonio mascherata da flash mob culturale. Nel senso, arriva un tuo contatto, si presume uno che conosci anche nella vita fuori dai social network e ti tagga in un suo post in cui sciorina la propria lista dei libri che gli hanno cambiato la vita. Il tuo essere taggato non è tanto per sapere quali sono questi libri, quanto perché la palla ora passa a te, che a tua volta devi pubblicare lista dei dieci titoli, ringraziare chi ti ha nominato, e taggare chi ti pare. Una sorta di Ice Bucket Challenge senza acqua ghiacciata e scopo benefico. Un modo anche carino per pensare a quali libri, in effetti, hanno cambiato la nostra vita, se viviamo bene il rapporto coi libri. Un modo per farsi grossi, e via a sciorinare titoli improbabili, magari in lingua originale, se il rapporto coi libri lo viviamo come un modo dimostrare non so bene quale status, non proprio serenamente.

Quando sono stato nominato, giorni fa, ho iniziato a ragionare, tranquillamente, perché coi libri ho un rapporto sereno, a quali libri avrei messo. Confesso, in un primo momento ho pensato di fare lo scemo, infilando nella lista, che so?, il libro dei Quiz della patente, o l’Abecedario, ma alla fine ho scelto i libri che, in effetti, hanno davvero cambiato la mia vita, partendo dal dato di fatto che di libri, anche io, ne ho pubblicati, non pochi, e che strada facendo ho cambiato percorsi, anche per i libri che nel frattempo andavo leggendo.

Alla fine ho postato i miei dieci titoli, e tra questi non potevano che esserci testi fondamentali di quelli che, seppur non avendoli mai conosciuti di persona, considero i miei maestri. Penso a Greil Marcus di Tracce di rossetto, riedito non troppo tempo fa dalla meritevole Odoya, o Post-punk di Simon Reynolds. Al loro fianco David Foster Wallace, Rick Moody, Hunter Thompson e altri autori per me fondamentali, cui non potrei rinunciare. 

Ma nel scegliere Marcus e Reynolds, cioè guardando al mondo della cosiddetta critica musicale, o meglio ancora, dei Cultural Studies, mi sono chiesto quali altri nomi erano stati per me fondamentali, e la lista, se avesse avuto più titoli a disposizione, avrebbe sicuramente visto indicati Barry Miles, imprescindibile cantore delle decadi passate, e grandioso biografo di Frank Zappa e Bob Dylan, Howard Souness, anche lui intento a raccontarci gli anni 70, Paul Morley, autore del gigantesco Metapop, uscito da noi per i tipi di Isbn, e critico musicale capace di sporcarsi le mani passando dall’altra parte della barricata, impegnato in prima persona nella produzione di realtà come i Frankie Goes to Hollywood (nonché marito di Claudia Brücken, quindi uomo che ho inconsapevolmente invidiato per parte degli anni 80), Nick Cohn, Nick Kent, ma anche il vecchio Tom Wolfe, autore di saggi fondamentali come quello sugli Acid Test di Ken Kesey e i Greatful Dead, recentemente ritradotto da Mondadori, e Chuck Klosterman, il cui Fargo ci consegna una fotografia empatica dell’epopea metal americana.

Letti così, uno di fianco all’altro, questi nomi potrebbero sembrare un mio modo per farvi vedere che, come cantava il buon Frank, ‘Tengo una minchia tanta’, ma credetemi, lungi da me il voler ostentare alcunché. Tutt’altro, mi piace condividere i nomi di questi autori, nella speranza che qualcuno di voi che magari non li conosca, incuriosito, se li vada a recuperare. Ma il punto a cui volevo arrivare è ovviamente altro. Ormai dovreste sapere che l’incedere di questi post è sempre il medesimo, un cappello lungo e arzigogolato per arrivare a una conclusione che con questo cappello, a volte, neanche c’entra.

Tirando fuori i nomi di Greil Marcus e Simon Reynolds, per la mia lista, e scartando, per mancanza di spazio, tutti gli altri, mi sono accorto di una faccenda che, ciclicamente, mi colpisce, dovendo pensare a autori fondamentali di Cultural Studies, cioè di quegli scritti che tentano di spiegarci una società a partire dalla sua cultura popolare, in molti casi, trattandosi di popoli anglosassoni, il rock, non mi viene mai in mente un nome, uno solo, italiano. Per questo ho chiesto l’ausilio dei miei amici facebookiani, e qualche nome, sparuto, è saltato fuori. Riccardo Bertoncelli, sicuramente, Franco Bolelli, Tommaso Labranca. E praticamente nessun altro.

Al che ho fatto una domanda, che giro anche a voi. Non è che da noi, dovendo applicarsi alla cultura popolare per cercare di decodificare la nostra società, invece che guardare alla musica che ci piace, magari proprio il rock, si deve guardare altrove, al pop?