Soffermiamoci sul punto giustizia evocato dal presidente del Consiglio nel suo discorso parlamentare sui «1000 giorni»: «L’avviso di garanzia – ha detto Renzi – non può costituire un vulnus all’esperienza professionale di una persona». E di seguito: «Avvisi di garanzia più o meno citofonati non cambiano il corso della politica industriale nazionale». Come sui tram, non disturbate il manovratore.

Lo diciamo subito, a beneficio dei lettori più “duri e puri”: con parole diverse, sono proprio i concetti berlusconiani di questo ventennio. Non lo si può negare, ma è anche utile farsi la domanda chiave: che su questo argomento Renzi la pensi come Berlusconi è un tradimento dei valori della sinistra, un peccato mortale, uno sfregio nel tabernacolo del Nazareno o solo la dimostrazione palmare che uno è il figlioccio dell’altro?

Con il suo bel passo del gambero, sino ad ora Renzi non aveva dato splendida prova di sé sulla questione giustizia. Si era accollato gli indagati all’interno del governo, ma aveva ucciso nella culla le speranze della candidata della regione Sardegna (ma recuperata al governo), poi aveva fatto il figo con Orsoni, peraltro era già mezzo morto, infine per un po’ ha fatto il pesce in barile sui candidati alle primarie d’Emilia-Romagna, e alla fine ha mostrato i muscoli definendo quegli avvisi come “citofonati”, cioè frutto maturo di giustizia a orologeria. Con De Scalzi, ad di Eni, ha usato un metro diverso da tutti gli altri, esibendo tutta la strafottenza di cui è capace. Non semplice solidarietà, quindi, ma anche l’orgoglio di ribadire: “Lo nominerei domani mattina”.

 

Ci rallegriamo, in fondo, di questo nuovo verso del nostro premier a patto che questa sia la sua parola definitiva. Nel senso che a fronte di qualunque avviso di garanzia possa piovere sul capo di un suo protetto, di un suo collega, di un dirigente da lui nominato, egli si farà barriera istituzionale nei confronti della protervia dei giudici, respingendoli con perdite.

E difendendo soprattutto la radice originaria di un significato, che nell’idea di chi concepì l’avviso di garanzia, era esattamente quello di rendere partecipe una persona che la macchina della giustizia muoveva legittimamente i suoi strumenti per assumere informazioni e quant’altro su una situazione evidentemente contestabile. Si disse allora, un provvedimento in difesa dell’indagato.

Durò poco, come tutti sapete, quello scambio intellettualmente virtuoso per cui considerare l’avviso uno strumento a garanzia dell’indagato e qui non vogliamo tediarvi con le motivazioni profonde che lo hanno trasformato negli anni in un atto di accusa, tradendone lo spirito originario.

Ma se ora Matteo Renzi ha deciso di rispondere agli atti dei magistrati, ci pare di capire di tutti i magistrati, non solo con un’alzata di spalle, ma anche con un invito vagamente arrogante a non interferire, perché la politica “deve” fare il suo corso senza ostacoli esterni, allora lo status quo non è più sufficiente. Si deve assumere un coraggio diverso, che non è certo quello un po’ provinciale di chiudersi nel suo fortino dorato.

Il coraggio, visto che in ballo c’è proprio una ridefinizione della giustizia nel suo complesso, è quello di fare una proposta choc: l’abolizione dell’avviso di garanzia. Lo faccia presidente, assumendo come ragione principale il fatto che ne venne tradito ben presto lo spirito e che dunque c’è da ripensare soprattutto un atteggiamento culturale.

Fare semplicemente il “ganassa” con i magistrati ha solo il sapore di una disputa da bar sport. Peccato che in ballo ci sia qualcosa di più importante che una partita a bigliardino.