Alla fine degli anni Sessanta il liberal-golpista da salotti Edgardo Sogno elaborò un progetto di rifondazione dell’imbelle (a suo dire) democrazia italiana, in cui – tra i punti qualificanti – si prevedeva di rinominare il Ministero della Difesa in “Ministero della Guerra”.

Questa bellicosità puramente verbale, per colpire la fantasia di destrorsi ingenui, rimbomba nelle dichiarazioni bellicose della ministra militare Roberta Pinotti; la quale, senza che nessuno ce lo chiedesse, già aveva offerto a mezzo stampa la disponibilità dell’Italia a inviare un contingente di interposizione nel caos ad altissimo rischio che si sta determinando in Ucraina. In altre parole, la volontà di cacciare nostri soldati nell’ennesimo ginepraio, a fronte dell’opportunità per il solito politicante di pavoneggiarsi con il sacrificio altrui. Muscolarità riesibita ieri sera con il cronista di Piazza Pulita, spintonato e malmenato dai gorilla della “Roberta con l’elmetto”; solo perché osava porre domande sulla farsa di inviare ai curdi in lotta con l’Isis residuati bellici con autonomia di fuoco per quattro minuti, allo scopo di spettacolarizzare a prezzo scontato l’impegno italiano contro il Califfato.

Del resto Berlusconi non aveva spedito nelle giogaie insanguinate dell’Afganistan l’ennesimo sedicente “corpo di pace” proprio per meritarsi l’invito alle barbecue nel ranch texano di Bush jr? Il tutto a prezzo di qualche morto.

Insomma, le delicatissime questioni militari – nelle mani della politica nostrana (tra la grifagna Pinotti e la ilare Mogherini) – diventano pura propaganda un tanto al chilo. Approccio del tutto corrente per una come l’aspirante guerrafondaia col birignao, che rappresenta il tipico esempio di politico liofilizzato; ossia quella mutazione genetica secondo cui l’antico militante per una causa diventa imprenditore di se stesso.

Il curriculum perfetto della senatrice genovese, entrata in politica come consigliere Pci del popoloso quartiere di Sampierdarena e diventata deputato nel 2001, grazie alla conquista del ruolo di segretario provinciale Ds (e – dunque – con un “certo” controllo sulle liste elettorali). Una carriera personale che ha come unico aspetto significativo quello di evidenziare i tratti più tipici di un’involuzione antropologica giunta a compimento: il superamento di ogni distinzione in materia di schieramento, per un ceto politico ormai indifferenziato; la scelta del target per il proprio messaggio negli strati più berlusconizzati della società italiana.

Che ormai Destra e Sinistra siano diventate un’unica pappa agglutinata (e insapore) lo si percepiva per l’ennesima volta quando a Omnibus la Pinotti si dichiarò disponibile senza qualsivoglia remora a votare come vice presidente della Camera la pitonessa Daniela Santanché. Passando dalle questioni di schieramento a quelle di contenuto, tale dichiarazione di solidarietà per un personaggio icona del ventennale regime arcoriano rivelava il retropensiero che aleggia in permanenza nella testa di questi migranti di seconda fila dal comunismo al carrierismo: dato per scontato che il vecchio elettorato di sinistra sarebbe imprigionato dalla mancanza di alternative e – quindi – costretto a votare Pd turandosi il naso, la via del successo è quella di conquistare l’elettorato “Legge e Ordine” con dichiarazioni identiche a quelle della controparte politica, in una gara tra collusi a chi la conta meglio.

Difatti, grazie a questa bella pensata da “Tony Blair al basilico”, il tipo-Pinotti ha largamente incentivato il passaggio nel non-voto di buona parte di cittadini orientati in senso progressista. La qual cosa non turba minimamente i sonni pinottiani, che lucra abbondantemente delle rendite di posizione che si è conquistata. Anche grazie al sistema elettorale, in cui è abrogata la possibilità di scegliere i rappresentanti. E nonostante lo scarso apprezzamento che ormai le manifestano apertamente i suoi antichi elettori. Appena possono farlo. Come nel 2012, alle primarie genovesi per il sindaco, quando fu relegata a fanalino di coda dei candidati.

Ma i veri elettori restano altri: tipo i promotori del caccia F35 che la Pinotti considera emblematico di una sana “cultura della difesa”. Aereo – guarda caso – prodotto dalla società Usa Loockeed; quella che nel 1971 confessò di dare “stecche” ai politici per piazzare i propri prodotti. Da qui lo scandalo che investì gli stessi reali di Olanda e costrinse alla dimissioni il presidente Giovanni Leone.

Un ottimo viatico per l’ennesimo scatto in un cursus dove gli honorum difettano: stando ai si dice, la pole position di “Roberta prendi il fucile” nell’imminente corsa alla presidenza della Repubblica.