Questo autunno, per quanto riguarda le relazioni tra Italia e India, inizia vivace e pieno di coppie. Per primi, i due marò, con l’ischemia che ha colpito il fuciliere di Marina Massimiliano Latorre e la decisione della Corte Suprema di consentirgli il rientro in Italia per quattro mesi per motivi di salute. Questa volta il marò tornerà a Delhi? Farebbe bene o male a farlo?

C’è però un’altra coppia di italiani in India di cui si parla meno, ma di cui in questi anni ci si è cominciati ad accorgere. Sono due giovani in prigione a Varanasi, accusati di aver ucciso il fidanzato della ragazza. Triangolo erotico finito con uno strangolamento, secondo il medico e il giudice che hanno sommato a un po’ di incompetenza anche congetture forse più legate alla cultura indiana che non alla lettera della legge. Nella vicenda che coinvolge Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni c’era di mezzo una dose di eroina, ipotizzabili quindi altre cause del decesso e probabili alcuni errori nel gestire l’autopsia della vittima (fatta da un medico oculista!). Sono in carcere da 4 anni, condannati all’ergastolo, ma ancora in attesa di sentenza definitiva dalla Corte Suprema.

Adesso però c’è anche un’altra coppia, in quest’autunno italo-indiano. Sono due giocatori di calcio: Alessandro Del Piero e Marco Materazzi. Del Piero, già twittante e felice, ha annunciato di essere un nuovo giocatore dei Delhi Dynamos nella Indian Super League che si gioca tra ottobre e dicembre. E Marco Materazzi, secondo Goal.com, ha firmato un contratto biennale come giocatore e allenatore dei Chennai Titans (nella “mia” Madras quindi).

Questi due rappresentano un’altra faccia dell’Italia. Non quella dei militari appaltati a difendere le petroliere con i fucili ad alta precisione, non quella dei turisti dell’eroina nelle stradine di Varanasi, ma quella degli, come si autoproclamano adesso, “ambasciatori del calcio“, sport che come sappiamo in Italia ha i suoi alti e bassi etico-morali.

C’è da sperare che quest’ultima coppia, Alex e Marco, possa in qualche modo (in parallelo con una soluzione più celere di quanto accaduto finora nei due casi giudiziari) riportare i rapporti tra i due paesi a consolidarsi non necessariamente nei torbidi accordi degli affari dell’Agusta, ma nelle relazioni umane e anche nelle piccole imprese, sodalizi e iniziative che vedono coinvolti quegli ingegneri informatici, artisti, imprenditori, volontari, operatori turistici e molti altri che s’incrociano ad esempio nel gruppo Facebook “Italiani in India” gruppo che “nasce per unire tutti gli italiani che, in un infinito rapporto di odio-amore, vivono, lavorano, studiano o cazzeggiano in India.” È un mondo pieno, sì, di incomprensioni, frustrazione per le burocrazie e shock culturale, ma un mondo che ricorda anche l’impressionante vicinanza umana ed emotiva tra i “Pasqualino maragià” e quegli “Italians without wine” che sono gli indiani secondo una descrizione di Salman Rushdie.