Il digitale nelle scuole italiane non decolla. Con il suono della prima campanella arriva anche la bocciatura del Censis sulla connettività degli istituti italiani. Per far partire il digitale in classe, secondo i risultati dell’ottavo “Diario della transizione” presentato dal noto istituto di ricerca, servono 650 milioni di euro l’anno. Tradotto in costo medio, si stima una bolletta per internet veloce nelle scuole “chiavi in mano” di 7,9 euro al mese per studente. Un traguardo che è possibile raggiungere solo con nuovi impegni di spesa sul bilancio dello Stato o delle amministrazioni territoriali o con un maggiore coinvolgimento dei privati (escluse le famiglie) che finora “contribuiscono solo per il 2,3 %” ai costi della scuola.

La fotografia fatta dal Censis arriva come un fulmine a ciel sereno per il governo che nelle 136 pagine della “Buona scuola” ha dedicato un capitolo alla connettività sprecando parole ma poche cifre legate agli investimenti. “Secondo le migliori pratiche internazionali, la didattica digitale – scrive il Censis – richiede connessioni veloci e robuste: almeno 100 Mbps oggi e, in prospettiva, almeno dieci volte tanto fra tre anni. A causa del gravissimo ritardo negli investimenti di rete, oggi il nostro Paese non è in grado di far fronte a questa domanda. Secondo gli obiettivi europei, nel 2020 il 100% della popolazione dovrebbe essere connesso ad almeno 30 Mbps e il 50% ad almeno 100 Mbps ma ad oggi le aree territoriali oggetto di nuovi investimenti per le connessioni veloci coprono solo il 20% della popolazione italiana. Dopo la chiusura nel 2013 del progetto Scuole nell’ambito del Sistema pubblico di connettività, gli istituti hanno visto azzerati i contributi”.

L’istituto di ricerca prova a guardare oltre la contingenza: arrivare a connessioni standard nelle scuole di almeno 30 Mbps equivale a stimare per l’anno prossimo costi correnti per circa 650 milioni di euro, dei quali 184 milioni per la connettività, 274 milioni per la sicurezza e 192 milioni per l’utilizzo delle infrastrutture e delle apparecchiature tecnologiche. Il fabbisogno di connettività si inserisce tra l’altro in un contesto di spesa ben esaminato dal Censis: “Le spese di funzionamento nei bilanci delle scuole (al netto delle retribuzioni del personale) ammontano complessivamente a 2,5 miliardi di euro. Queste spese sono sostenute per il 37,2 % dallo Stato, per il 29,7% dalle famiglie (mense, gite, contributi volontari), per il 13% dai fondi europei, per il 7,5% dai Comuni. In fondo alla classifica i costi a carico delle Regioni (7,1%) e delle Province (3,2%)”.

Promossa l’Italia solo per l’utilizzo dei fondi europei dove la scuola si dimostra un buon attrattore e utilizzatore di risorse dato che rappresenta il 13,3% del parco progetti finanziato e il 7,3% del valore complessivo. Dati che sono accompagnati da un duro commento del Censis nei confronti delle scelte del premier: “Avviare la transizione verso un’infrastruttura didattica moderna in qualità educativa significa operare in due direzioni: sulle risorse umane e sulle dotazioni strutturali. Con il recente piano per la scuola, il Governo ha promesso la stabilizzazione di 148.000 docenti a tempo determinato. Si tratta di un obiettivo importante, ma che ha ancora il difetto di guardare alla scuola in modo autoreferenziale, secondo una logica corporativa, non toccando tutti i difetti strutturali sui quali è necessario investire ulteriori e significative risorse per attuare una riforma di sistema della funzione educativa”.