“Farò una casa di carta su un’isola deserta dove il vento verrà a giocare e una finestra sempre aperta per chi sa volare che da noi possa arrivare a riposare”. Mio marito ed io cantavamo questa canzone di Eugenio Finardi (Un amore diverso) prima di sposarci. Sognavamo di adottare bambini abbandonati, di avere una casa aperta al mondo. Poi la vita ti costringe alla normalità, anche se meravigliosa. Ma qualcosa resta dei vecchi sogni: così questa estate abbiamo deciso di aprire una stanza della nostra casa agli ospiti di passaggio. Giungono da tutto il mondo, annunciano il loro arrivo su internet. E poi riprendono il viaggio.

Eravamo perplessi all’inizio. Ho passato le vacanze a improvvisarmi operaia – che lavoro faticoso! – ho intonacato, pitturato. E alla fine eravamo pronti. Certo, un po’ ansiosi: fare entrare in casa dei perfetti estranei! Poi alla fine ecco il primo messaggio: “Mi chiamo Daniel, ho 25 anni, sono uno studente austriaco di medicina. Arrivo stasera”. E subito ci siamo mobilitati: io, i miei tre figli, mio marito. Tutti curiosi di vedere chi ci portava in casa il destino. E alla sera eccolo, questo ragazzo con gli occhi grandi, la sua compagna Julia con un sorriso aperto per essere accolta e accogliere. C’è un attimo di silenzio, per studiarsi, poi si scambiano parole smozzicate, sguardi rapidi. Daniel e Julia si ritirano nella loro stanza. Ma in casa stasera c’è una strana elettricità. La vedo nei bambini, in me e mio marito. Cerchiamo di immaginare la loro vita. Chissà com’è, come vive un austriaco, sembravano chiedersi i bambini. Ora l’hanno scoperto: sono proprio come noi. Come noi si tengono per mano salendo le scale della casa che non conoscono. Io osservo la luce accesa, mi chiedo che cosa vedranno affacciati dalla nostra finestra, osservando il panorama che io ho davanti tutti i giorni. Così alla fine attraverso di loro vediamo la nostra vita. Come fosse la prima volta.

Alla fine se ne vanno. Ci si scambiano indirizzi, promesse di incontri che forse non avverranno mai. Ma è bastato questo: sapere che esistono altre esistenze, lontane e diverse, ma in fondo simili. Vedere attraverso gli occhi degli altri, come fosse la prima volta, Genova. E anche la nostra vita. Scoprirle forse più belle di quanto credevamo.

il Fatto Quotidiano del Lunedì, 8 Settembre 2014