Era il 2 luglio 2014 quando a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, la processione della Madonna delle Grazie rendeva omaggio alla dimora del boss della ndrangheta Giuseppe Mazzagatti. Lo scandalo fu grande, soprattutto anche per il fatto che pochi giorni prima Bergoglio, dal soglio papale, aveva proferito parole durissime di condanna contro mafiosi e malavita ad essi collaterale.

Poche settimane dopo, il 29 luglio, la scena si è ripetuta ma a Palermo, tra i suggestivi vicoli di Ballarò, con piccole variazioni sul tema: cambia la vergine, questa volta è il turno della Madonna del Carmine, e non si tratta della dimora, bensì dell’agenzia di pompe funebri della famiglia del boss Alessandro D’Ambrosio, detenuto a Novara in regime di 41 bis. La processione si è comunque fermata, per il consueto omaggio. Con buona pace di sua santità e di una messe di fedeli che per stragrande maggioranza è composta da persone per bene, oneste e possibilmente anche incensurate.

Passa l’estate e le cronache dei tg e dei giornali si riempiono di altri contenuti e questo tipo di notizie, che dovrebbero comunque mettere in allarme non solo i vertici della chiesa cattolica romana, ma anche quella massa di credenti a cui si accennava prima, cade nel dimenticatoio. L’italiano medio troverà il tempo di indignarsi per altro: la sempiterna questione dei marò, ad esempio, divenuti grimaldello argomentativo da contrapporre a qualsiasi tipo di altra indignazione. A cominciare dal caso dell’orsa Daniza sul quale Scanzi ha detto tutto ciò che c’era da dire. Intanto la politica di palazzo, che di certa italianità è diretta emanazione, si scandalizzerà per le registrazioni dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratte all’estero (e riconosciute in Italia solo da comuni e tribunali) e per i primi casi di stepchild adoption in Italia.

Intanto, a proposito di matrimonio e di genitorialità, i figli di due famigerate famiglie mafiose sono convolati a giuste nozze, nella Cappella Palatina a Palermo, con tanto di benedizione di quella chiesa sempre romana, cattolica e apostolica, che (almeno nelle intenzioni di papa Francesco) dovrebbe evitare di avallare un certo tipo di subcultura. E come fa notare un esponente cittadino del Movimento Cinque Stelle, Francesco Lupo, dalla sua bacheca su Facebook, “lascia di stucco che in questo paese i clericali si straccino le vesti su matrimoni Lgbt, però consentono allegramente in chiesa sposalizi tra ‘casate’ mafiose”.

Poi per carità, non conosco la storia dei due giovani e non ho problemi a credere che siano persone per bene, nonostante i reati per cui sono stati condannati i rispettivi parenti. Le colpe dei padri mai ricadano sui figli, no? Ma c’è pur sempre la questione simbolica e i simboli fanno cultura, in questo come in molti altri paesi. È proprio per questioni di sacralità che certa politica e certa società pronunciano frasi del tipo “le unioni per gay sì, ma non chiamiamole matrimonio”. Ma a questo punto l’interrogativo di Lupo si fa sempre più stringente, al punto da chiedersi se certi fenomeni (processioni incluse) giovino alla purezza del mos maiorum cristiano e alla credibilità di chi si erge a suo difensore.

Ecco, di fronte a casi come questo mi chiedo dove stanno papa Francesco e relativi supporter, Giorgia Meloni e i suoi scagnozzi di partito dello zero virgola zero per cento, i vari fan club del pensiero omofobo, coloro che leggono per hobby libri in mezzo alle piazze e via discorrendo. Perché il clamore che fanno per questioni se vogliamo più marginali tornerebbe utile di fronte al futuro inchino di questo o quel prete al domicilio del boss di turno. Almeno su questo dovremmo essere tutti e tutte d’accordo.