Pasquale Hamel è innanzitutto un amico, ma anche uno studioso della storia siciliana, uno di quelli che parla per conoscenza diretta dei documenti e che ha ormai al suo attivo un buon numero di libri e di testi sulla materia. In questi tempi bui per la politica e la società siciliana con il governo Crocetta che sembra affondare nella piscina di un suo assessore, è quindi la persona ideale per cercare di capire come e perché si sia caduti così in basso e, soprattutto, se ci sono realistiche vie d’uscita.

Quando la crisi internazionale si fa più dura non è strano che regioni che si sentano economicamente più forti e che considerino di subire un danno dall’appartenenza alla propria nazione reclamino l’indipendenza. E’ successo, vent’anni fa, con la nostra mitologica Padania e il fenomeno della Lega e, cronaca di questi giorni, con la Catalogna e la Scozia, prossima ad un referendum. Ma la Sicilia cosa ha in comune con queste regioni? Forse le annunciate trivellazioni nel canale le stanno facendo pregustare uno scenario economico da Mare del Nord? Perché si torna a parlare anche in Sicilia, di questi tempi, di indipendenza? Non avevamo lasciato l’indipendentismo ai tempi anche tragici dell’ultimo dopoguerra? Chi ha interesse a cavalcare il sogno di un’età dell’oro di una Sicilia nazione che non è mai esistita?

La Sicilia, secondo Hamel, rispetto alla Catalogna e la Scozia ha innanzitutto un gap di modernità: altrove l’autonomia è stata spesa in funzione dello sviluppo, qui invece del privilegio, sia da parte della burocrazia che della classe dirigente. Quelle catalana e scozzese hanno sentito la responsabilità di trasformare spazi di autonomia in opportunità e non già in mero potere personale. E’ almeno dai Vespri(1282) che la separazione fisica della Sicilia in quanto isola è divenuta il pretesto per una costante contrapposizione con il resto del Paese, per reclamare una specificità intesa come illusorio bagaglio identitario che è stata invece soprattutto funzionale ai baroni che in mille anni si sono avvicendati nello stesso palazzo che fu dei Normanni per giustificare la loro presenza e difendere i propri interessi. Operazione conclusasi in tempi moderni con l’adozione dell’autonomia siciliana (1946).

C’è una definizione di Hamel che trovo particolarmente efficace: “il sicilianismo da intreccio perverso tra arrogante senso di superiorità e inconcludente vittimismo rivendicazionista deve diventare lo sforzo umile e pieno di concretezza personale di un popolo che voglia accettare la sfida della modernità”. Per diventare finalmente adulto, il popolo siciliano farà bene a liberarsi al più presto di questo statuto speciale che continua a contrapporre l’isola al resto del Paese per un’autonomia collaborativa in cui Stato e Regione Siciliana devono continuare a stare insieme condividendo responsabilmente un progetto comune di crescita economica e sociale. Paradossalmente, oggi più di ieri, la Sicilia ha bisogno dell’Italia.