La Gang sta tornando. Questa è una notizia. Anzi, questa è una buona, ottima notizia. Perché la Gang, band incentrata sulla coppia di fratelli di Filottrano, la mia terra, Marino e Sandro Severini, sta per tornare con un album di inediti, e l’ultima volta è successa quattordici anni fa, con Controvento. Secoli, in discografia, millenni, forse. Ma il punto è che, mentre la Gang sta tornando con Sangue e Cenere, un album che, ci metto entrambe le mani sul fuoco, sulla fiducia, riempirà i nostri cuori di ottima musica e di parole sentite e toccanti, lei, la discografia appena citata, è morta, seppellita, senza neanche gli onori.

Sì, che la discografia sia morta lo sapete già, vivete in questo mondo, per trovare un negozio di dischi dovete ricorrere a un rabdomante, che con ogni probabilità troverà prima una vena acquifera che un negozio in grado di vendervi le ultime uscite. E la discografia è morta, inizialmente, per ingordigia, e poi anche per autosoffocamento, come in certi giochini erotici di cui si favoleggia e che, in passato, hanno portato via rockstar come Michael Hutchense degli INXS. La discografia è morta, e prima di morire ha cercato di portare con se tutti i filistei, come Sansone. Ha messo i bastoni tra le ruote, fuor di metafora, a artisti la cui colpa era solo quella di non pensare al mercato, ma all’arte. Saranno stati fregati, gli artisti in questioni, dal loro essere tali, o dal fatto che la musica, a volte, ti scappa fuori anche se non la vai a cercare.

Così è stato per la Gang, che dopo una pessima esperienza con una major, pessima esperienza che in tutti i casi ci ha regalato capolavori assoluti come Le radici e le ali e Storie d’Italia, tanto per fare un paio di titoli, pietre miliari della nostra cultura popolare, per dirla con Alessandro Portelli, in totale hanno pubblicato sei album tra CGD e WEA, con passaggi per realtà valide ma minori, come Lifegate, si sono dedicati a esperienze collaterali, collaborando con la Macina di Gastone Pietrucci, ensemble di musica popolare marchigiana, la mia terra, ribadisco, e hanno collaborato con Massimo Priviero e Daniele Biacchessi, in quello Storie dell’altra Italia che ha visto i nostri in giro per lo stivale a fare quel che meglio riesce loro, raccontare storie, appunto.

Poi lì, a Filottrano, in quella campagna che così tanto ha inciso nella poetica proletaria e militante dei fratelli Severini, è arrivata questa idea di ricorrere al crowdfunding, alternativa più che valida alle major.

La Gang (lo so che la band si chiama The Gang, e che in molti li chiamano I Gang, ma a me è sempre venuto così, sin da quando, nei primi concerti degli anni 80, quando erano una band punk rock figlia dei Clash e dei Redskins cantavano in inglese di barricate e di lotta di classe) ha aperto una raccolta per tornare in studio, a registrare nuovo materiale inedito, undici brani prodotti da Jono Manson, e nel giro di pochi giorni ha raccolto oltre cinquantacinquemila euro. Un miracolo, se si pensa all’Italia e alla crisi che ci sta devastando. Un vero miracolo che ha portato quasi mille co-produttori a mettere insieme il 917% di quanto i fratelli Severini, coi loro compari, chiedevano, ripeto, oltre cinquantacinquemila euro.

Un miracolo che fa ben sperare, per le sorti della musica, perché finché c’è chi ci crede e ci fa credere, c’è speranza.

Sulla Gang, oltre a sottolineare come il loro percorso sia davvero grandioso, da band punk a band che incrocia il cantautorato impegnato, arrivando al folk, facendo un percorso inverso di quello che di solito porta dal folk al rock, con i Clash sostituiti, metaforicamente, da Woody Guthrie, per poi, si immagina, tornare al rock, con tutto il resto dentro, non posso che dire cose buone. Sono grandi in studio, e sono enormi dal vivo.

Una piccola notazione personale, che tanto questo è un blog, mica un giornale. Anni fa sono incappato nelle maglie della censura. Scrivevo per un quotidiano nazionale, che nella mia città appoggiava un candidato sindaco di una lista civica. Io ho appoggiato un candidato dell’allora partito di riferimento del centro sinistra, il PD, e per questo sono stato accompagnato all’uscita. La cosa, in città, ha fatto un certo clamore, ma finita lì. La notizia, però, è finita alle orecchie di Marino Severini, che al concerto del Primo Maggio, a Reggio Emilia, mi ha dedicato Sesto San Giovanni (se mettete il loro nome e il mio su Google trovate il video del suo discorso). Ecco, il giornale in questione non mi ha ovviamente ripreso nelle sue fila, ma a me questa cosa ha davvero riempito il cuore, e finché in giro ci sarà gente come la Gang, credetemi sulla parola, la mia fede nella musica non verrà mai meno.