11 settembre, il giorno della Diada, la festa che commemora la caduta di Barcellona del 1714 per mano dei Borbone. Un milione e ottocentomila catalani – secondo le stime degli organizzatori dell’Assemblea Nazionale – hanno occupato la Gran Vía e la Avenida Diagonal. Per un giorno le due principali arterie di Barcellona diventano il teatro ideale per rivendicare l’indipendenza dalla Spagna. Una catena umana lunga 11 chilometri si è congiunta in Plaza les Glories per disegnare una grande V, la prima lettera della parola vittoria.

“Ara és l’hora” (questo è il momento!) lo slogan della manifestazione, il referendum per l’indipendenza il vero obiettivo politico. Il prossimo 9 novembre la Generalitat, il Parlamento catalano, ha fissato la data per la storica consultazione popolare, due i quesiti – secondo le intenzioni degli indipendentisti – da riportare sulle schede elettorali: “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato?”, “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente?”. È questo lo scatto decisivo verso l’indipendentismo secondo quattro partiti – con storie e culture diverse – che hanno rappresentanza nel Parlament: i moderati di Convergencia i Union del presidente della regione Artur Mas, Esquerra Republicana di Oriol Junqueras, i Verdi e la sinistra radicale dell’Unità Popolare. Il voto parlamentare espressosi in favore dello strumento referendario è la giusta fotografia di una società che, come dimostrano le Diadas degli ultimi tre anni, percepisce forte il sentimento nazionalista.

Una manifestazione oceanica e pacifica, dominata dal rosso e dal giallo, i colori della bandiera catalana, un grande vessillo ha coperto parte dell’austera facciata della Sagrada Familia, monumento simbolo della capitale catalana.

Barcellona in questi giorni volge lo sguardo ad Edimburgo, dove tra una settimana gli scozzesi sono chiamati a pronunciarsi sull’indipendenza dal Regno Unito, e a Madrid, la rivale di sempre. Pochi mesi fa il Tribunale Costituzionale spagnolo, accogliendo il ricorso presentato dal governo di Mariano Rajoy, ha espresso un chiaro “no” all’ipotesi del referendum sull’indipendenza.

Il tribunale ha ritenuto che la Risoluzione del 23 gennaio 2013 rubricata come “Dichiarazione di sovranità e del diritto a decidere del popolo di Catalogna” è un “atto suscettibile di produrre effetti giuridici”.

Secondo i dodici giudici costituzionali il popolo catalano non è titolare di un potere sovrano, riconoscendo la sovranità all’intero popolo spagnolo. Il “frazionamento” della sovranità è contrario ai principi di indissolubile unità fissati dagli articoli 1 e 2 della Costituzione spagnola.

Nelle prossime settimane vedremo se l’urlo “adeu España” (addio Spagna) avrà prodotto qualche crepa nel muro granitico che regge lo status quo.