“Nella pubblica amministrazione c’è troppo grasso che cola”: questo è ciò che ha dichiarato il presidente del Consiglio; è possibile che abbia ragione. Più volte ha anche espresso la sua opinione sulle pensioni retributive che regalano generosamente rispetto ai contributi versati; anche qui è probabile che abbia ragione. A essere più precisi, in entrambi i casi ci sono individui, gruppi di persone, che corrispondono sommariamente alle descrizioni di Renzi, ma ci sono anche dipendenti pubblici che pur per retribuzioni medie o basse mettono impegno e capacità nel proprio lavoro e pensionati “retributivi” che mese per mese ricevono un assegno inferiore a quello che avrebbero avuto con un calcolo contributivo.

Ciò porta secondo me alla necessità di operare delle scelte consapevoli; infatti ciò che distingue uno statista è la capacità di valutare il merito di ogni istanza nel quadro di una precisa idea della società e di operare conseguentemente scelte anche divisive; ciò prescinde dall’idea a cui si ispira il leader, che può avere in mente una società fortemente livellata oppure molto stratificata; normalmente è poi la storia che giudica, implacabilmente, se la visione sia stata buona o fallimentare. 

Gli ultimi 50 anni della storia italiana sembrano dirci che i nostri governanti non amano scegliere, preferendo non scontentare nessuno e finendo per scontentare tutti. La cartina al tornasole della mancanza cronica di analisi e scelte sta nel proliferare di leggi che rinviano le soluzioni a tempi futuri, nelle proroghe interminabili di situazioni palesemente da cambiare, nella apposizione di pezze che rispondono solo parzialmente alle istanze di alcuni deprimendo un po’, nello stesso ambito, quelle di altri e nel compromesso delle alleanze elettorali che portano giocoforza a rispondere a esigenze anche contrapposte. L’incarnazione economica della incapacità decisionale e dell’assenza di principi ancoranti (qualsiasi essi siano) sta nella applicazione di criteri “lineari” ai risparmi e nelle spese fatte a pioggia (e a debito) in modo indifferenziato. I governi a guida democristiana e socialista degli anni 70 e 80 sono stati campioni dell’utilizzo di risorse per non scontentare nessuno e quelli degli anni successivi, fino a oggi, hanno inizialmente proseguito nello stesso solco per poi virare, costretti dalle contingenze economiche, a politiche restrittive ma sempre ispirate allo scontentare il meno possibile; il che ha significato (e significa) accontentare anche poco. 

Alcuni esempi attuali della politica “cerchiobottistica” sono i tagli lineari ai costi (Tremonti ne sa qualcosa, anche se sostiene retroattivamente di esserne stato costretto suo malgrado), i blocchi delle retribuzioni pubbliche, l’approccio alle pensioni. E’ bene chiarire subito un punto sul quale altrimenti sarebbe polemica vibrante: non sto dando un giudizio sulla bontà o meno di criteri interamente re-distributivi o fortemente meritocratici, ancorché abbia una mia idea molto precisa, perché non è ciò in discussione ora; vorrei invece sottolineare come il barcamenarsi tra pulsioni redistributive e necessità di efficienza e premio dl merito conduca alla paralisi e a una società un po’ schizofrenica.

Per fare un esempio, tagliare linearmente i costi della sanità implica equiparare regioni con costi controllati con regioni che richiedono molte più risorse, con il duplice risultato negativo di costringere strutture efficienti a peggiorare il loro servizio senza motivo e di mantenere un divario di costi per unità di prodotto tra aree assimilabili. Meglio sarebbe una scelta radicale che può essere alternativamente quella di dimenticarsi l’aspetto dei costi guardando solo ai servizi erogati  (se ce lo si può permettere) oppure quella di prospettare la riduzione dei servizi a quelle aree che non riescano a darsi amministratori e operatori efficienti.

Analogamente, il blocco degli stipendi della pubblica amministrazione scontenta tutti i dipendenti, sia coloro che aumenti non se ne meriterebbero comunque che coloro i quali sono sottopagati per il lavoro che fanno e per il modo in cui lo fanno. Anche in questo caso esistono due alternative, la prima che prevede di ignorare l’aspetto costi, guardando all’impiego pubblico come a un ammortizzatore sociale per tutti (proprio tutti) i cittadini, tra i quali distribuisce in modo uguale le risorse che ha, all’occorrenza facendo debito o stampando denaro (fuori dall’euro); la seconda prevede invece che lo Stato eroghi servizi nel modo migliore e più efficiente possibile, premiando chi rema in questa direzione e penalizzando chi non lo fa; la prima soluzione comporta una felicità (o infelicità) egualmente distribuita e non necessita dai singoli alcuno sforzo per distinguersi, la seconda invece prevede impegno individuale preciso, differenze di trattamento anche notevoli all’interno delle organizzazioni statali e probabilmente anche alcuni licenziamenti con sussidi (di sussistenza).

Infine, nell’ambito delle pensioni, il tentativo di spalmare su tutti i pensionati i problemi derivanti da alcuni di loro, ma non da tutti, finisce per penalizzare gran parte delle pensioni, partendo da cifre anche molto basse (1.500 euro lordi), sia quelle che godono di generosi calcoli e generosi regali, sia quelle che si sono sudate l’importo a forza di contributi. Il non scegliere in questo caso significa ri-proporzionare il problema, continuando fascia per fascia di pensionati le stesse iniquità generatesi nel tempo con la compiacenza dei governi che si sono succeduti e il mantenere l’ambiguità tra sistema previdenziale (dove contributi diversi fanno pensioni diverse) e sistema re-distributivo dove i contributi sono una tassa addizionale o potrebbero perfino non esistere.

Mi pare che su tutte e tre le tematiche si sia scelto e si stia scegliendo di nuovo di… non scegliere; certamente costa meno fatica e studio di quelle richieste per cambiare la Nazione, qualsiasi sia la direzione del cambiamento; il grasso cola, qua e là, ma alla fine gli interventi sono uniformi, sia su chi ci sguazza che su chi non lo fa né lo ha mai fatto.

Vediamo se Renzi avrà un sussulto di ripensamento e si correggerà dicendo magari anche che: “In alcune aree c’è grasso che cola”, oppure che alcune pensioni retributive sono regali del passato”; e magari potrebbe anche aggiungere che: “nella pubblica amministrazione ci sono persone che  lavorano con dedizione e che debbono essere premiate” e che “alcuni pensionati hanno contribuito al sistema più di quanto ricevono e dovrebbero essere ringraziati e lasciati in pace”. E’ chiedere troppo?