Il mistero del fallito attentato dell’Addaura, il Protocollo Farfalla e le stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano. Se da una parte si assume la piena responsabilità di decine di assassini eccellenti (Falcone, Chinnici, Dalla Chiesa, Borsellino), dall’altra parte Totò Riina glissa su alcuni dei passaggi più misteriosi della recente storia italiana, ancora oggi rimasti senza soluzione. Una narrazione continua quella fornita dal capo dei capi al sempre informatissimo compagno d’ora d’aria Alberto Lorusso, condita da rivelazioni, dubbi e anche alcune domande retoriche.

Punti interrogativi che il boss sembra sollevare ad arte, proprio quando il co-detenuto pugliese lo incalza sui temi più delicati. “Se io sono siciliano perché devo andare a fare cose fuori dalla Sicilia?” si domanda il boss corleonese il 18 agosto del 2013, intercettato dalle cimici della Dia mentre passeggia nel cortile del carcere milanese di Opera. Il riferimento è per le stragi che nel 1993 videro Cosa Nostra colpire fuori dalla Sicilia facendo strage di civili: 5 morti in via dei Georgofili a Firenze, altri 5 in via Palestro a Milano, 24 feriti negli attentati romani di via Fauro e alle chiese di San Giorgio in Velabro e San Giovanni in Laterano. Stragi compiute quattro mesi dopo l’arresto di Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993, e considerate dai pm palermitani pezzi importanti del complesso puzzle che costituisce la Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra.

“Io di Palermo e me ne devo andare a Firenze? Perché me ne devo andare a Firenze?” continua il boss corleonese, subito incalzato da Lorusso. “Ma poi mandato da chi?”. “Io dentro la mia casa metto le cose, li prendo e li metto a bollire. Questi non hanno capito niente. A mio cognato (ovvero Leoluca Bagarella) gli ho detto: che ci vai a fare a Firenze, a Firenze ci devi mandare a lui, a Binnu Provenzano ci devi mandare a Firenze”. Poi in un altro passaggio della conversazione, Riina alza il tiro: “Non è che voglio offendere le idee degli altri, per l’amor di Dio, però debbo dire che fa parte di essere un carabiniere (il riferimento è per Provenzano). Al governo gli devo vendere morti gli devo vendere, al governo morti gli devono dare”.

Il giorno dopo, invece Riina dedica un passaggio anche al fallito attentato dell’Addaura, quando nel 1989 un borsone pieno di esplosivo venne ritrovato sugli scogli a pochi metri dalla villa presa in prestito dal giudice Giovanni Falcone. E se quando racconta nel dettaglio i presunti retroscena delle stragi di Capaci e via d’Amelio, Riina se ne assume la piena responsabilità, utilizzando nei dialoghi la prima persona, nel caso del fallito attentato ai danni di Falcone è diverso: questa volta sono terze persone che si sarebbero mosse per far fuori il giudice palermitano, che in seguito farà cenno a “menti raffinatissime”.

“Il fatto dell’Addaura, – dice infatti Riina – quando gli hanno messo la bomba. Lui ha detto, dice, altri saranno gente perfetta, se lo è immaginato che poteva essere gente, politici, gente con il cervello”. “Cose del genere, segreti, agenti segreti” chiosa subito Lorusso, sempre abile a spostare la discussione su temi esterni a Cosa Nostra. È per questo che da mesi i pm palermitani s’interrogano soprattutto su un passaggio: chi è veramente Lorusso? Chi lo piazza al fianco di Riina? E come fa il pugliese ad accattivarsi così tanto la fiducia del capo dei capi, che in vent’anni di carcere era sempre stato chiuso in un inviolabile silenzio?

Lorusso dimostra peraltro di essere ferratissimo sul Protocollo Farfalla, l’accordo siglato dal Dipartimento amministrazione penitenziaria e dai Servizi, per carpire informazioni all’interno delle celle di massima sicurezza tenendo all’oscuro l’autorità giudiziaria. E il 9 settembre tira fuori l’argomento. “C’è uno scontro – dice – una guerra tra la Procura ed i servizi segreti e c’è questo, Protocollo Farfalla, una cosa segreta, per fare in modo che non escono le notizie perché vanno alla Procura. L’ha detto questo Alfano un mese fa quando affacciò alla televisione: il protocollo farfalla, quando si parlava dell’agenda rossa”.

A quel punto Riina risponde criptico: “I servizi segreti hanno spalle, ovunque, ne hanno avuto assai i servizi segreti informazioni. Perciò questo colloquio quando diciamo che lo facciamo… quando lo possiamo fare”. “Dopo fatto” risponde Lorusso. Che poche settimane dopo, interrogato dai pm palermitani su suoi possibili contatti con gli 007, rispose quasi scuotendo le spalle: “È inutile parlare di queste cose”. 

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