Mentre Jimmy Page continua la sua campagna di rispolvero dei nove lavori in studio dei Led Zeppelin – dopo le riedizioni dei primi tre album in giugno, sono in arrivo ad ottobre “Led Zeppelin IV” e “House Of The Holy” – sperando anche in una reunion della band, Robert Plant continua imperterrito nella sua ormai più che trentennale carriera solista. E non nasconde un certo disappunto riguardo la volontà di reunion di Page: “Jimmy ed io non potremmo fare niente nel modo giusto. L’aspettativa è troppo grande”. L’ex cantante dei Led Zeppelin sembra invece non curarsi delle eventuali reazioni negative che il suo nuovo e particolare album “Lullaby And…The Ceaseless Roar” potrebbe raccogliere. Il disco vede Plant – per la prima volta su etichetta Nonesuch/Warner Bros – alla produzione, oltre che in nuova ed eccellente compagnia: quella dei suoi Sensational Space Shifters.

Robert Plant è senza ombra di dubbio una delle figure più affascinanti della storia del rock, uno dei pochi che ha saputo evolversi con lo scorrere delle stagioni, che non è precipitato nel baratro di chi diventa la caricatura di se stesso nella vana speranza di cristallizzare se stesso, ed un’intera epoca, per sempre. C’è stato un tempo magico ed i Led Zeppelin sono stati una delle declinazioni più belle del rock, ma quella voce, quelle interpretazioni, quella fisicità sono il frutto di quel tempo e non riguardano la nuova fase che il cantante porta avanti da anni. Per questo nuovo lavoro lo spirito errante dell’ex Led Zeppelin si lascia alle spalle la sua Band Of Joy, con la quale aveva in parte proseguito un discorso iniziato nel 2007 con la pubblicazione dell’album di cover “Raising Sand”. L’album lo vedeva, insieme ad Alison Krauss, alle prese con un viaggio verso le radici musicali degli Stati Uniti, una collezione perfetta che avrebbe portato ai due numerosi riconoscimenti da parte di pubblico e critica.

Lullaby And…The Ceaseless Roar” sposta nuovamente la rotta, niente più Stati Uniti ma sguardo rivolto verso il nord Africa, l’Inghilterra, il Galles, radici che vengono fuse in un’amalgama sonora che lascia spiazzati. Un sottilissimo filo continua a collegare questo lavoro alla tradizione folk americana: l’iniziale cover “Little Maggie”, che potrebbe sconvolgere i puristi e al tempo stesso delineare un sorriso inatteso in chi finalmente sente che il tentativo di rielaborare, di rimescolare le carte per trovare nuove combinazioni, ha finalmente trovato sfogo. “Little Maggie” è un impressionante blocco sonoro enfatizzato dalle percussioni e caratterizzato da strumenti tradizionali (il banjo di Liam Sean Tyson e il violino ad una corda – “ritti” – di Juldeh Camara) che rincorrono e si scontrano con le elaborazioni sonore di John Baggott. Attraverso questo eterogeneo ed apparentemente instabile quadro sonoro, la voce di Plant si insinua con abilità da sciamano.

Il disco è stato in parte registrato ai Real World di Peter Gabriel e questo lo si percepisce (“Embrace Another Fall”). Gli studi di registrazione Real World sono completamente immersi nella campagna inglese e la sensazione che il tempo lì riesca a restare sospeso viaggia in parallelo all’idea di sperimentazione che si respira in quelle stanze; non è un caso che lo stesso musicista gambiano, Juldeh Camara, abbia rilasciato ben due lavori per l’etichetta di Gabriel prima di approdare al nuovo lavoro di Plant. L’album ruota per la maggior parte attorno ad alcune strutture chiave che vedono la commistione di suoni etnici con quelli elettronici, non mancano però momenti più genuinamente rock, cadenzati da riff che riportano alla mente i Led Zeppelin, come nel caso “Turn It Up”. In quest’ultimo brano il richiamo al passato lo si ritrova anche indirettamente in un gioco di parole e concetti (“the road remains the same”), mentre nei versi iniziali di “Pocketful Of Golden” il rimando a “Thank You” è palese (“and if the sun refuse to shine”).

Lullaby And…The Ceaseless Roar” è forse uno dei cammini più belli ed ambiziosi di Robert Plant, un diario di viaggio carico di vita, di dolce melanconia e a tratti di straziante consapevolezza. “A Stolen Kiss” è quel caso di straziante consapevolezza e, per l’infinita bellezza che racchiude, meriterebbe un capitolo a parte. Con questo disco Plant si è lasciato molto alle spalle, compresa la relazione con Patty Griffin che in questo album aleggia spesso, ma si posa soprattutto sull’appena citata “A Stolen Kiss” – ballad per solo voce, piano ed una manciata di effetti – che sembra scendere nelle profondità più intime ed indefinibili dell’animo umano; canzone perfetta in ogni sua singola e preziosa parola: “Love waits for no one, there is so little time. It’s cruel and elusive and so hard to find. And moving further and further each day. I’m gone”.