Se lo dice lui verrebbe da crederci, ho pensato sulle prime. Il rock è morto. E a scriverlo, anzi, ad averlo dichiarto, è nientemento che Gene Simmons, Mr Lingualunga dei Kiss. L’ha fatto nel corso di un’intervista rilasciata a suo figlio nei panni non del figlio, ma del giornalista e l’ha fatto perché è convinto che i tempi delle merende con pane e Nutella non torneranno mai più. In sostanza, Gene ha detto che la festa è finita, che oggi come oggi nessun ragazzetto che si ritrovi in cameretta a strimpellare una chitarra ha le stesse chance di un pari di qualche decennio fa. Perché un tempo, se una casa discografica ti adocchiava e credeva in te, era fatta, potevi ambire a diventare una rockstar. Ti facevano incidere dischi, provare, partire per tour lunghi e magari anche estenuanti, ma in buona sostanza investivano sulla tua carriera. E a qual punto, se eri capace e fortunato, o anche solo una delle due opzioni, quella carriera poteva pure esserci. Oggi, dice Gene, la faccenda è cambiata. Nessuno investe più in te, mentre c’è un ragazzetto che strimpella la chitarra in una cameretta pensando di diventare una rockstar in un’altra cameretta c’è un suo coetaneo che scarica musica illegalmente, e tutto è morto, a partire dal rock.

Ora, a parte che l’idea che il rock lo faccia un ragazzetto con la chitarra elettrica, non ce ne voglia il buon Gene, potrebbe sì forse sancire la fine del rock, perché, questo si immagina Gene lo sappia, esistono tutta una gamma di variazioni sul tema (e qui cari amici che passate le giornate a commentare il blog, lascio la parola a voi, sapete già come la penso) che prescindono dalla chitarra elettrica e anche dal ragazzetto. A parte questa constatazione amichevole, forse al buon Gene sfugge che esistano dei tentativi, anche riusciti di continuare a macinare strada, anche senza la balia delle case discografiche. No, tranquilli, non sto parlando di quell’idea geniale di affidarsi a Spotify, favoletta che si sono raccontati e cui hanno creduto, spero, solo finché il caffè è entrato in circolo, in una mattina da doposbronza, perché con le percentuali da passamontagna in testa che l’utilizzo di questa sorta di enorme bancadati online non ci campa manco il buon Gene coi suoi soci (anzi, sapere che gli artisti guadagnano meno di un cent a brano, dovrebbe spingere chiunque a ricorrere a Torrent, credo).

No, parlo di iniziative, per dirne una, tipo quella messa in piedi da Amanda Fuckin’ Palmer, una che, per entrare nel magico mondo delle provocazioni che tante soddisfazioni mi ha dato col precedente post, quello sul sedere di Jennifer Lopez, non esita a tirare fuori le tette ogni due per tre. Amanda Palmer, già parte del duo di punk-cabaret Dresden Dolls, figlia della nostra epoca, vista l’aria che tirava, invece di piangere a morto il rock, ha deciso di sfruttare le possibilità che la rete mette a disposizione e ha messo su una campagna di crowdfunding, la raccolta fondi che da qualche tempo è diventata consueta in altre parti del globo, arrivando a tirare su qualcosa come un milione e duecentomila dollari. Il tutto per fare un album. Cifre che neanche i Kiss ai tempi d’oro. E non si è limitata a fare questo, diventando a suo modo la testimonial di questa particolare tipologia di autoproduzione, ha anche scritto un libro, di prossima uscita, dal titolo The art of asking, l’arte di domandare, di imminente uscita. Come dire, smettetela di piangervi addosso, oh rocker di tutto il mondo, e rimboccatevi le maniche, detto da una che appare più spesso nuda che vestita e che quindi di maniche da rimboccare, a ben vedere, neanche ne avrebbe.

Il rock è morto perché non ci sono più le case discografiche, dice il Dio del Tuono? Concordiamo unanimi sulla seconda parte del postulato, ma limitiamoci a piangere i discografici, passati a miglior vita perché quando il file sharing si affacciava all’orizzonte, se la ridevano, più miopi di Mr Magoo, togliamoci i vestiti a lutto e continuiamo a fare musica, che il rock è vivo e lotta insieme a noi.

Oh, capace che il prossimo album dei Kiss lo produca Amanda Fuckin’ Palmer, vuoi vedere…