“Il film di domani sarà un atto d’amore”. L’ha scritto François Truffaut il 15 maggio del 1957 quando ancora era un ‘giovane turco’ della Nouvelle Vague, o meglio un combattivo critico cinematografico dei Cahiers du Cinema e della rivista più destrorsa Arts. Truffaut spiegava il cinema che sarebbe arrivato di lì a pochi anni: “Più personale di un romanzo, diario intimo (…) il film di domani sarà girato da avventurieri”. E infatti nel 1959 ecco il primo lungometraggio del più vulcanico e provocatore della truppa teorica dei Cahiers che diventerà fucina di cineasti – Godard, Rohmer, Rivette, Chabrol

I quattrocento colpi è l’opera prima per antonomasia, la gemma filmica che sboccia perché attesa, innaffiata, covata e voluta per anni. La sequenza di Antoine Doinel che corre a perdifiato verso il mare, carrellata/camera car che fa storia anche della tecnica cinematografica, è il manifesto del cinema che si trasforma e che non sarà più lo stesso, come volle la Nouvelle Vague e tutte le ‘nuove onde’ nazionali europee e non solo. Un lungo prologo della memoria per spiegare quanto sia importante che I Quattrocento colpi torni ad essere proiettato in una vera sala cinematografica, in prima visione, da Aosta a Palermo, da fine settembre 2014 e per un mese.

Il primo tassello della seconda stagione dei restauri della Cineteca di Bologna che vengono distribuiti in sala (a ottobre Gioventù bruciata di Nicholas Ray e a dicembre Tempi Moderni di Chaplin) rimarrà il più importante e delicato esordio della storia del cinema. Le cronache raccontano di un accoglienza strepitosa al Festival di Cannes il 4 maggio 1959, con titoli di quotidiani e riviste che subito riconoscono il nuovo arrivato come colui che dalle parole e dalle colonne teoriche dei Cahiers è passato ai fatti. Distrutto con stile irriverente il “cinema di papà” bolso, da studio system e, badate bene, molto di ‘sinistra’ nella Francia dell’epoca, quello firmato Delannoy, Autant-Lara e Clement, Truffaut costruisce la sua opera del cuore e dell’anima, tecnicamente innovativa (anche se la summa della rottura estetica della Nouvelle Vague è Fino all’ultimo respiro di Godard, che arriverà l’anno dopo ndr), produttivamente avventurosa come aveva previsto su Arts anni prima. 47 milioni di franchi di budget (circa 50 mila dollari dell’epoca), I Quattrocento colpi vede la luce dopo il cortometraggio Les Mistons (1957), dopo che lo stesso Truffaut aveva scartato l’ipotesi di girare Temps Chaud, ma soprattutto dopo che il critico Truffaut era stato cacciato da Cannes come giornalista accreditato per via dei violenti strali lanciati sul festival l’anno precedente: “Se non intervengono cambiamenti radicali il festival è condannato”, scrisse su Arts. Solo che questa volta i cambiamenti li porta lui girando in piena Parigi e tra appartamenti prestati gentilmente da amici la storia autobiografica di Antoine Doinel, irrequieto fanciullo che non accetta le regole istituzionali di scuola, famiglia e società per finire poi in riformatorio.

I denari per iniziare li mette il neosuocero, Ignace Morgenstern. Poi arriva l’aiuto allo script dello scrittore Marcel Moussy, infine l’acquisto del direttore della fotografia di Melville: Henri Decae. Si gira rapidi tra angusti sottoscala e spazi scolastici lasciati vuoti per le vacanze di Natale. Dai primi di novembre del ’58 al 5 gennaio 1959 tra Place Clichy, Rue Marcadet a Montmartre e la trasferta a Villers sur Mer in Normandia, il film prende corpo. Un mese di montaggio e il capolavoro si chiude tanto da renderlo pronto per Cannes a nemmeno 60 giorni di distanza: tempistica che nell’era di Internet rimane insuperata.

I Quattrocenti colpi è anche un immediato successo commerciale non da poco che rientra delle spese e subito duplica e triplica gli incassi, fino ad essere venduto in tutto il mondo. L’attore allora quattordicenne Jean Pierre Leaud che interpreta Doinel, l’alter ego negli anni di Truffaut, protagonista di altre pellicole dirette dal nostro, diventa una star scontrosa ma popolare. La trasformazione è avvenuta. Tutti da Truffaut a Leaud diventano ‘grandi’ proprio mentre Andre Bazin, il vero ‘padre’ di Truffaut, colui che aveva diretto i Cahiers preconizzando teoricamente i cambiamenti del cinema mondiale, muore a 40 anni di leucemia. Dopo I Quattrocento Colpi il cinema non è davvero stato più lo stesso.