In attesa di vedere confermate le voci delle imminenti dimissioni dall’incarico di commissario alla spending review, chi ha avuto modo di incontrarlo non può fare a meno di chiedersi se alla fine, di fronte all’ennesimo bastone renziano nella ruota dei tagli, Carlo Cottarelli abbia deciso di sbattere la porta e abbandonare la sorridente compostezza con la quale ha sempre risposto alla stampa.

Non è andata diversamente al Forum Ambrosetti di Cernobbio, dove Cottarelli ha espresso pacatamente l’esigenza di una “risposta politica” alle relazioni da lui presentate a Palazzo Chigi. Appena una settimana prima, infatti, la sua proposta di mettere mano agli sprechi nelle migliaia di partecipate degli enti locali era stata esclusa dalla nuova infornata di annunci del premier. L’ennesimo schiaffo al lavoro del commissario, che fin dagli esordi del nuovo governo non ha goduto di troppe attenzioni.

Anzi, per mesi ci siamo chiesti che fine avesse fatto Carlo Cottarelli e il rapporto sulla spending review presentato a Letta poco prima che Renzi prendesse il suo posto. Oggi sappiamo che Cottarelli ha continuato a lavorare, a studiare e a proporre soluzioni per razionalizzare la spesa. Ma nulla è cambiato: il suo impegno ha continuato ad essere un fastidio più che una risorsa. Non per questo Cottarelli ha perso la sua compostezza, e la forza di rispondere con ampi sorrisi a chi chiedeva “perché non si arrabbia?“. Un sobrio gentiluomo capacissimo a far di conto, lasciato solo da una politica che per sua fortuna non gli somiglia. “Ma se non la ascoltano che senso ha il suo lavoro?”, chiediamo impertinenti a margine del convegno che lo vedeva relatore a Cernobbio. “Lavoro perché bisogna lavorare, no?”, risponde, attribuendo al suo impegno un senso unico, quello del dovere. Dicono che ad ottobre sarà già tornato a Washington. Sono sempre i Cottarelli ad andarsene.