Arrivarci è quasi impossibile. Via Cristoforo Colombo fino al piazzale omonimo affacciato sul mare. Poi la via Litoranea. La zona è inequivocabilmente quella lì. Dentro la pineta di Castel Fusano. Bisogna camminare a piedi, dopo aver parcheggiato la macchina. Invece se si è scelta la ferrovia Roma-Lido bisogna farlo per un tratto anche maggiore. Indicazioni non ce ne sono. Neppure sulla via Litoranea. Se non si è in possesso di uno smartphone o qualcosa di simile che permetta di andare in rete, individuare via dei Transatlantici, l’accesso giusto per entrare nella pineta, è un’avventura. E poi una volta “dentro”, tra pini domestici e lecci, corbezzoli e mirti, lentischi e ginepri, si prende la strada a destra o quella a sinistra? Un solo cartello. Con la pianta del Parco Urbano Pineta di Castel Fusano.

Con presenze archeologiche ed essenze. Ma senza una freccia o un puntino che indichi in dove ci si trovi. E dunque permetta di capire come raggiungere i diversi siti. Alla fine tra una domanda ad un gruppo di ciclisti ed un’altra a solitari fondisti in allenamento, si arriva. La villa cosiddetta di Plinio è lì. Aldilà della recinzione. Che c’è ma non in maniera uniforme sui lati dell’area archeologica. Diversi i varchi. Attraverso i quali, seguendo il camminamento in breccia, si raggiunge il sito. Nonostante nel sito online della Sovrintendenza capitolina ai Beni Culturali si chiarisca che “attualmente il monumento non è accessibile al pubblico per restauro”. Mentre altrove, compreso sul sito di Roma Capitale, si affermi che la visita è possibile “su appuntamento”. Senza contare aperture straordinarie, come quella dello scorso 31 maggio. Dentro l’area due pannelli esplicativi, vicini, appena al di fuori della staccionata in legno che perimetra le strutture superstiti, forniscono informazioni e piante del complesso antico. Compresa la spiegazione di come all’attribuzione a Plinio il Giovane sia da preferire quella ad Ortensio Ortalo, l’oratore rivale di Cicerone. Della villa di tipo marittimo a nuclei distinti, con muro di cinta pressoché continuo, rimane il grande peristilio a pianta quadrangolare nel quale spicca un arco laterizio, ricostruito per intero. Le colonne laterizie rimangono per breve altezza. In stato di conservazione quanto mai precaria. Le malte quasi ovunque hanno perso consistenza, cosicché la stabilità delle strutture non è delle migliori. Gli ambienti che si aprono sui lati appaiono anche in sofferenza maggiore. Soprattutto a causa della vegetazione infestante. Che crea evidenti “disagi” anche nei resti del quartiere residenziale, con muri in opera reticolata e frammenti di pavimenti musivi in bianco e nero. Si vede anche un impianto termale, con il mosaico in bianco e nero raffigurante Nettuno. Ovunque crolli di diversi entità. Una diffusa impressione di abbandono.

Nell’insieme le strutture si presentano in uno stato di conservazione preoccupante. Nonostante anche alcuni, limitati, interventi di restauro. In compenso ci sono anche altri pannelli esplicativi, intorno alle strutture. Insomma il sito può contare su un adeguato apparato informativo “esterno”. Anche se poi è del tutto assente una musealizzazione. Circostanza che non può che rendere difficoltosa la visita. Ed è un peccato, perché la cd. Villa di Plinio è davvero uno di quei luoghi nei quali archeologia e ambiente naturale dialogano, facendosi paesaggio. Invece sono molte le questioni rimaste in sospeso in quest’area archeologica al centro di un Parco nel quale il verde, continua a rimanere quasi senza guida. A breve distanza dagli stabilimenti balneari. Poco lontano dal centro di Ostia.

La storia dell’abbandono di quest’area archeologica, tutt’altro che recente. Finalmente nel 2007 lo stanziamento di 500mila euro da parte dell’assessorato alle politiche culturali del Quarto Dipartimento del Comune. Risorse impiegate per il completamento degli scavi e la messa in sicurezza del sito anche attraverso la creazione di percorsi culturali guidati. Lavori quasi inutili. Dal momento che già nell’agosto 2009 il Giornale.it (“La villa di Plinio il Giovane abbandonata a sé stessa”) denunciava la mancanza di “un’appropriata segnalazione stradale, corredata da una nota esplicativa davanti all’ingresso”, segnalando come “la rete metallica che la circonda è da tempo forata e non adempie più al compito di tenere lontani malintenzionati e vandali come quei motociclisti che vi hanno effettuato gare di motocross danneggiando alcuni mosaici”.

Ma almeno la questione della recinzione dovrebbe risolversi in breve tempo. Dal momento che all’inizio dello scorso agosto il consiglio del X municipio ne ha votato il rifacimento. Ma è tutto il molto resto che continua a rimanere senza soluzione. Quasi inspiegabilmente. A partire dalla marginalità nella quale è lasciato il sito. Proprio mentre gli scavi di Ostia antica registrano, relativamente al periodo estivo, un incremento di presenze del +42% rispetto all’anno precedente. Al punto da risultare l’area archeologica laziale con la crescita di ingressi maggiore. Così nel periodo dell’anno nel quale l’area archeologica di Ostia fa il pieno di presenze, la villa cd. di Plinio rimane appannaggio di pochi. Potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è. Finché le politiche culturali saranno slegate, finché le iniziative saranno atti singoli, il patrimonio rimarrà inerme. Verrebbe da dire, inutilmente fermo. I territori per crescere debbono essere valorizzati attraverso una ragionata tutela. I paesaggi custoditi, esaltando l’esistente. Un pezzo decentrato di Roma, qual è Ostia, dovrebbe saper perseguire politiche nelle quali il Patrimonio storico-archeologico, sia realmente un asset. Gli amministratori di quei luoghi a vocazione naturalmente turistica, dovrebbero consapevolmente valorizzare le risorse esistenti. Utilizzandole anche per costruire una identificazione delle Persone con i luoghi. Facendo in modo che spazi differenti del Municipio entrino in contatto. Si crei un’osmosi tra luoghi che finora sono rimasti lontani. In alcuni casi, irraggiungibili. Proprio come accade alla cd. Villa di Plinio.