“Le ultime vittime del mare – mi dicono dal Comune di Augusta mentre provo a informarmi per dare informazioni ai familiari – sono 24, nessuno di loro purtroppo è stato identificato, stiamo procedendo alla sepoltura nei cimiteri, tra di loro c’è anche un bambino”.

Di queste vite e di queste storie non sapremo altro, questi numeri saranno messi sotto la montagna di indifferenza in un continente che ormai ha perso tutto, anche la propria storia. La storia delle migrazioni e delle sue tragedie, infatti, ha attraversato quasi tutte le famiglie italiane per due secoli, ma nessuno se ne ricorda più. Nell’agosto del 1906, ad esempio, morirono circa 300 persone nella tragedia del Sirio, nome, guarda caso, ripreso da una nave militare italiana impegnata nell’operazione Mare Nostrum. In quella nave c’erano persone italiane e spagnole, molte di esse erano imbarcate in scali secondari clandestinamente e dirette in Argentina. Io ho conosciuto questa storia grazie ad una canzone che narra di quegli eventi, “riscoperta” qualche anno fa da Francesco De Gregori e Giovanna Marini.

Occorrerebbe chiedersi perché la storia dell’immigrazione, dell’essere costretti a partire come braccia da lavoro in paesi lontani, non sia diventata patrimonio comune come quella del risorgimento o della resistenza in Italia. Tragedie come quella del Sirio o di Marcinelle sono infatti diventate ricordi per pochi e non assumono una dimensione collettiva. Eppure questi uomini e queste donne per quasi due secoli, decennio dopo decennio, hanno contribuito in maniera fondamentale, con il loro sudore e le loro rimesse dall’estero, allo sviluppo di questo paese. Come i migranti che muoiono oggi a sud delle nostre frontiere chiuse, anch’essi perdevano la vita tra i flutti del mare, nelle miniere, nei ghetti di grandi città indifferenti. Come i migranti che oggi sono braccianti, facchini e manovali, anch’essi lavoravano come esercito di riserva, discriminati, etichettati come utili bersagli per la guerra tra poveri.

C’è una differenza tra le storie dei migranti di ieri e quelle di oggi? Io penso di no. Noi non siamo solo un popolo di santi, di poeti eroi e navigatori, siamo anche un popolo di lavoratori migranti, ma ci vergogniamo di ammetterlo.  Forse ce ne dimentichiamo perché le storie dei nostri nonni assomigliano troppo a quelle dei migranti che oggi attraversano le nostre frontiere. Forse ce ne dimentichiamo perché quelle storie assomigliano a quelle delle nuove generazioni che hanno ripreso ad emigrare dal nostro paese per andare a fare i facchini, i camerieri e gli operai in altre nazioni. L’assenza di questa memoria collettiva rispetto all’essere migrante spiega forse, nel presente di questa fase storica, l’esistenza di così tanta indifferenza rispetto alla strage d’innocenti che avviene oggi nel Mar Mediterraneo. Nelle ultime settimane, diversi incidenti hanno causato circa 400 morti davanti alle coste libiche e nel Canale di Sicilia, e non passa giorno in cui le coste sud del mediterraneo non restituiscano corpi senza vita, fornendoci immagini tremende.

Quando ho sentito parlare Alfano di Frontex Plus, quando ho letto che non ci sarà nessun corridoio umanitario e che le prossime missioni non “salveranno” ma semplicemente “controlleranno” le acque internazionali, ho pensato che assisteremo ancora al ripetersi di questa immane tragedia in un paese indifferente e nel quale riemergono i peggiori istinti.

Siamo davvero sicuri che abbandonare nel mare questa umanità in cerca di speranza migliorerà le condizioni dei precari e dei disoccupati dell’Italia e dell’Europa? Abbiamo riflettuto sul fatto che l’immigrazione economica si è notevolmente ridotta nel nostro paese per effetto della crisi, mentre gli arrivi sono in grande maggioranza di profughi e richiedenti asilo?

Chi non ricorda la propria storia spesso è condannato a ripeterla e noi questa volta lo stiamo facendo nel peggiore dei modi, vergognandoci ingiustamente dei nostri nonni che sono partiti e dei nostri figli che stanno partendo.