Servono scelte impopolari, presidente, scontentando tutti quelli che si devono scontentare”. Il direttore de il Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, incalza. Matteo Renzi non fa una piega: “Non credo che chi governa debba necessariamente scontentare: questa è una visione octroyée (concessa, n.d.r.) della democrazia, per la quale c’è un’aristocrazia che dirige e un popolo che non capisce, un’aristocrazia che sa qual è il bene e governa senza coinvolgere il popolo. Noi, al contrario, dobbiamo coinvolgere il popolo e io sento che il Paese è coinvolto, la gente mi dice ‘ andiamo avanti ’. L’establishment che storce il naso è lo stesso che ha portato il Paese in queste condizioni”.

La sterminata intervista è un compiuto manifesto del pensiero renziano. Il leader parla direttamente al popolo indistinto degli elettori, privo di articolazioni sociali, senza ricchi né poveri, un grande ceto medio. Un popolo mondo dal peccato originale degli interessi in conflitto di classi o categorie diverse. Che il leader schiera contro un establishment altrettanto indefinito: imprenditori, banche, politici, burocrazia? L’attacco è generico, di quelli che infiammano la curva senza offendere nessuno. Par di capire che oggi per Renzi l’establishment sia quello che anima gli editoriali sferzanti dei grandi giornali. Una tigre di carta che ha perso il controllo della situazione. Il premier sfotte il direttore del quotidiano confindustriale: “Non pensavo di convincerla, direttore, ma avendo convinto quattro italiani su dieci… questo risultato mi spinge a non guardare in faccia nessuno”.

Nei manuali di politologia il rapporto diretto tra il capo e il popolo – che salta le articolazioni sociali, le rappresentanze e i cosiddetti corpi intermedi, con il popolo contrapposto a indefinite élite che ostacolano il buon governo – si chiama populismo. Nell’uso comune però la parola è ormai un sinonimo insultante di demagogia, e quindi non aiuta a capire. Il consenso di cui gode Renzi deriva in buona parte dal rifiuto di un’idea pedagogica della politica, in cui economisti, banchieri o editorialisti prescrivono la medicina amara ai sudditi che la devono trangugiare, e più è amara più fa bene. Su questa strada Renzi si è spinto avanti come nessuno mai nell’Italia repubblicana, anche più di Silvio Berlusconi. I governi di centrosinistra che l’hanno preceduto erano posseduti dal bisogno di farsi riconoscere dall’establishment, non di sfidarlo. Dice: “La riforma della pubblica amministrazione è popolare per la gente, magari non per i sindacalisti ai quali abbiamo dimezzato i permessi”. L’indefinita gente sta con lui, i sindacalisti sono brutte persone. “I professori bravi lavorano già molto di più dell’orario di cattedra”, spiega, alludendo a una categoria di sfaticati, anche se tutti i professori lavorano per definizione più dell’orario di cattedra. Il consenso popolare, elementare balsamo democratico, viene coltivato dal leader sul breve termine, cercando di risultare convincente piuttosto che affidabile. La democrazia è anche questo, i predecessori che ha rottamato scommettevano sull’affidabilità e il popolo (appunto) delle primarie ha scelto il convincente. Ma adesso i due cavalli di battaglia iniziali, gli 80 euro e il jobs act, non hanno dato una scossa definitiva ai sondaggi, e Renzi è costretto a una successione di annunci, giusti o sbagliati, dal crescente sapore elettorale: le 150 mila assunzioni nella scuola, la frenata sulle municipalizzate, lo spot dello “sblocca cantieri”: “Abbiamo trovato 3, 8 miliardi e non mi pare poco, ma soprattutto sblocchiamo i cantieri, la proroga delle concessioni autostradali vale 10 miliardi, i piani di lavoro fermi da Nord a Sud ora ripartiranno”.

La tavola sembra già apparecchiata per le urne: “Non ho paura di perdere le prossime elezioni. Perciò io continuerò a coinvolgere gli italiani anche se l’establishment storcerà il naso”.

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il Fatto Quotidiano, 4 Settembre 2014