Non più solamente un’infiltrazione, ma un controllo del territorio vero e proprio. E’ questa la fotografia della presenza della mafia in Emilia-Romagna e, in particolare, nella riviera romagnola. Ad analizzarla, in occasione del premio Ilaria Alpi a Riccione, sono Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, ed Enzo Ceccarelli, sindaco di Bellaria-Igea Marina, accompagnati dai dati forniti dal colonnello della Guardia di Finanza provinciale di Rimini, Mario Vinceslai, e dal giudice Stefania Di Rienzo. “La mafia c’è anche da noi, esiste, e bisogna cambiare lo sguardo con cui si guarda al suo avanzare – ammette Gnassi – . Ciò che alimenta l’ospite criminale indesiderato è la testa di questo Paese: l’immobilismo, la stagnazione e il disordine. Servono normative antimafia più stringenti e una struttura permanente sul nostro territorio: dobbiamo dichiarare il problema, usare il linguaggio della verità e metterci in gioco, e farlo tutti e fino in fondo, anche se questo vuol dire rischiare la consulenza o il reddito di un professionista”.

La situazione di difficoltà è suggerita dalla percezione dei cittadini: il 65% crede che la criminalità organizzata in riviera sia aumentata nel corso dell’ultimo anno. Il rapporto presentato nell’ambito del progetto StopBlanqueo, mostra una consapevolezza elevata del problema, le cui cause sono individuate in fattori molteplici. Operazioni di riciclaggio, investimenti in attività imprenditoriali, traffici illeciti, contraffazione e usura sono solo alcuni dei reati con cui le forze dell’ordine si trovano a fare i conti. “Abbiamo fatto un percorso che prevede la conoscenza e la repressione – sottolinea il sindaco di Bellaria – , vogliamo che ci sia la consapevolezza da parte di tutti i cittadini che il fenomeno esiste e, per contrastarlo, è importante interagire con le istituzioni pubbliche. Dobbiamo capire cosa avviene sul nostro territorio: chi compra, chi fa impresa in modo illecito e distrugge la forza della Romagna e il suo turismo. Abbiamo iniziato dall’abusivismo commerciale per poi lavorare su chi compra e gestisce alberghi, cercando di costruire banche dati che ci permettano di interagire con prefettura e forze dell’ordine e sapere chi sono i protagonisti dell’attività economica sul territorio”.

Solo oggi che il fenomeno ha assunto le sembianze di un allarme sociale se ne inizia a parlare: “Parlare di malavita in riviera era rischioso, era un danno all’immagine del proprio comune”, spiegano Gnassi e Ceccarelli, “tuttavia il nostro senso civico è cresciuto molto e da queste parti stiamo dimostrando che si può rispondere alla mafia”. La mafia in regione ha una storia articolata e parte dall’arrivo negli anni ‘80 di numerosi sorvegliati speciali sul territorio, come Giacomo Riina, zio di Salvatore Riina. Oggi, in Romagna, la mafia agisce con veemenza a causa della vivacità imprenditoriale caratterizzata da una forte propensione all’evasione fiscale e all’uso del contante, soprattutto nel settore turistico e del divertimento notturno. A contribuire è la trasformazione estiva di città come Rimini e Riccione in metropoli complesse, che sfiorano un milione di presenze. Sotto accusa sono soprattutto i cosiddetti “uomini cerniera”, i professionisti – consulenti, commercialisti, avvocati, notai – che hanno messo a disposizione della mafia le proprie conoscenze, aiutandola ad attecchire sul territorio, soprattutto in campo economico, teatro delle infiltrazioni più profonde. “Bisogna avere il coraggio di cambiare tutti – ammette Gnassi – . Bisogna pensare che, quando l’80% del credito andava al 5% dell’economia, probabilmente il restante che non accedeva al credito si rivolgeva alla criminalità organizzata. Quando chiediamo scambi d’informazione a commercialisti e notai spesso non riceviamo risposte. Non è più una questione di pecore nere nella categoria, credo che stiamo cominciando ad avere greggi tutti grigi, e nel grigio la mafia avanza. Dobbiamo davvero cambiare testa”. Se per anni il piano politico ha ignorato il fenomeno per preservare il buon nome di Rimini e dei comuni della riviera, oggi, aggiunge Di Rienzo, “la regione si è trasformata sul terreno economico. Il numero dei morti ammazzati spesso non è rilevante e questo in passato ha fatto sottovalutare quanto stava accadendo al Nord. Anche quando scompare la violenza intimidatrice, resta l’illecito: la mafia è metodo”.

A fare il resto, ci pensa la contiguità dei territori della Romagna con San Marino, Stato extra Ue, con fiscalità agevolata, privo di barriere doganali e con diversa trasparenza bancaria e finanziaria. “I riminesi – spiega il comandante Vinceslai – approfittano del sistema agevolato o poco trasparente di San Marino con frodi complesse, migrazione di capitali illeciti”. L’esigenza più urgente della provincia di Rimini oggi è quella di una struttura della Direzione investigativa antimafia: “Abbiamo messo in campo azioni concrete – spiega Gnassi – dal bisogno morale di fare accedere a un servizio pubblico come gli asili chi ne ha veramente bisogno, fino allo scambio di informazioni tra lo sportello unico del comune e le forze dell’ordine per arrivare a operazioni di sequestro di alberghi come Time Out. Oggi la mafia si infila nella povertà, nella crisi: la nostra comunità chiede a gran voce un desk di forze permanenti antimafia. Questo è quello sguardo di chi non ha reticenze, l’associazionismo civico è il sale della risposta alla mafia, al di là dell’azione che può fare un sindaco da solo”.

*Foto dal profilo Twitter del Premio Ilaria Alpi