Preparando il corso di quest’anno, che comincia da alcuni casi famosi di cannibalismo, mi sono imbattuto nella storia dei sopravvissuti delle Ande, e non riuscirò a liberarmene finché non ve la racconto. (Per maggiori dettagli, c’è la voce di Wikipedia Disastro aereo delle Ande, fatta benissimo). Allora, siamo nel 1972: nel 1973 Pinochet rovescerà Salvador Allende e nel 1976 i generali argentini inizieranno la loro guerra sucia, finita ingloriosamente alle Falkland-Malvinas. Verso la fine dell’inverno australe, un Fokker dell’aeronautica uruguaiana, affittato a una squadra di rugby diretta in Cile, si schianta sulla Cordigliera. Dopo una decina di giorni le ricerche sono sospese: la benzina costava troppo, e la possibilità di superstiti era scarsa. Invece metà dei 45 passeggeri erano ancora vivi, nella carlinga scivolata sino a un’altezza di oltre 3600 metri.

Che i sopravvissuti, a un certo punto, si cibassero dei cadaveri dei loro compagni era nell’ordine delle cose, e non è più orribile di quanto sarebbe successo da quelle parti negli anni seguenti. Ben più incredibile è la vicenda parallela dei parenti e degli stessi sopravvissuti. I parenti non si rassegnarono, ma si rivolsero soprattutto a una corte dei miracoli di rabdomanti e paragnosti, che diedero indicazioni contrastanti; per la verità, uno di loro, figlio di un famoso sensitivo belga, ne diede alcune abbastanza precise, che rimasero inascoltate. I sopravvissuti, quando il puzzo dei cadaveri annunciò l’arrivo dell’estate australe, organizzarono spedizioni verso il Cile senza sapere di essere ancora in Argentina: l’apoteosi della sfiga.

Tant’è, due di loro, dopo inenarrabili sofferenze, arrivarono davvero in Cile e incontrarono due mandriani, che subito non li capirono per via del rumore di una cascata, poi diedero il via ai soccorsi. La fine della storia non sta in cielo, dove non esiste il tempo, ma in terra e a Hollywood, dove non esiste neppure lo spazio. Negli anni successivi, l’America Latina venne travolta da efferatezze ben peggiori: per i voli della morte, che si sbarazzavano dei cadaveri dei desaparecidos, la benzina non mancò mai. Sulla vicenda si fecero tre film, Alive, I sopravvissuti delle Ande e anche Yeti (2008), in cui la storia è ambientata sull’Himalaya e i superstiti incontrano l’abominevole uomo delle nevi. Uno dei sopravvissuti fu intervistato anche da Paolo Bonolis a Il senso della vita (2008). Sopravvisse anche all’intervista, ma dopo chiese di essere riportato sulle Ande, o sull’Himalaya, insomma in qualsiasi altro posto lontano da lì.