Mafia, Stato, capi, gregari, vittime, carnefici e domande. “Sulla Trattativa e sulla sua storia pazzesca” Sabina Guzzanti continua a interrogarsi: “È una vicenda appassionante che mi ha spinto a investigare, a leggere, a studiare. Della questione, all’inizio, non sapevo un picchio e avrei voluto soltanto girare un legal movie. Poi ho cambiato idea. Un film non è un’inchiesta e anche la costruzione di un racconto ha scopi diversi dal dover dimostrare qualcosa. Nel mio lavoro non volevo scoprire nulla di nuovo né sposare aprioristicamente alcuna tesi. Ne La Trattativa, per fortuna, le mie opinioni su quel che è accaduto non trovano spazio. Volevo mettere in fila i fatti, gli eventi, le motivazioni speculari di chi da sponde lontane, dopo le stragi mafiose del ’92 e del ’93, si era messo all’opera per trovare un compromesso tra due mondi. C’erano una serie di eventi isolati, di dati contraddittori in bilico tra certezza documentale e pura congettura che andavano legati restituendo alla materia forma e consequenzialità”.

Il risultato, cento minuti di registri narrativi incrociati tra sogno, tragedia greca, grottesco, celle, processi, durissima cronaca e funerali, è un applauso che sembra non voler finire. Al Festival di Veneziadove Guzzanti ha portato il terzo capitolo del trittico italiano già dipinto con Viva Zapatero e Draquila e la gente, in piedi, la guarda battendo le mani, suona la musica lieta del consenso. Con la complicità di Valerio De Paolis di Bim, la fotografia gelida di Daniele Ciprì e la consapevolezza di un generale imbarazzo per l’impresa: “Il ministero dei Beni culturali ha stretto i cordoni della borsa e ci ha considerati indegni persino della categoria dell’interesse culturale nazionale, ma non ha dimenticato di riconoscerlo a Neri Parenti e a Vanzina” Sabina ha fatto da sé. Dopo anni di fatica: “È stato un inferno, non ci ha aiutato nessuno”, rifiuti: “Il film si è bloccato più volte”, tentativi inutili: “Entusiasta del progetto, Renzo Rossellini aveva provato a indagare le intenzioni della Rai. ‘La Guzzanti’ hanno risposto ‘non è pane per i nostri denti’” e considerazioni sull’impossibile incontro tra verità e coraggio: “I produttori italiani sono terrorizzati da qualsiasi tema vagamente controverso e considerano un gesto di impressionante imprudenza persino affrontare le ombre di Piazza Fontana” la regista de La Trattativa sembra felice. Sullo schermo sfilano pentiti e magistrati, mitomani e testimoni credibili e Sabina, oltre la sottile linea della riflessione, si appella all’ironia: “C’è umorismo sottile” – dice – “anche in questo film perché l’umorismo favorisce sempre anche l’aspetto drammatico. Se lo sguardo è umoristico, evitando di essere sentimentale o manipolatori, puoi anche commuovere”.

Agli spettatori è successo senza che del suo film fosse protagonista la retorica.
Da noi l’impegno civile è solo retorica e la retorica è semplicemente una menzogna nata per scoraggiare la partecipazione popolare.

Anche la lotta alla mafia paga il suo prezzo alla retorica.
Dov’è la sorpresa? ‘Non sputare nel piatto in cui mangi’, l’undicesimo comandamento della mafia, in Italia è considerato un principio etico. Ci si ferma alla superficie, alle formule di rito, alla condanna indistinta. Sui fatti specifici, poi, si spande nebbia ad arte. La storia che racconto si svolge in un momento storico in cui non solo per la scoperta di Tangentopoli, un cambiamento era oggettivamente possibile. Era crollato il Muro di Berlino e il quadro internazionale prometteva svolte irripetibili. C’era partecipazione popolare, sembrava si potesse mettere un freno alla corruzione.

Invece arrivò Berlusconi.
La soluzione trovata, drastica e definitiva, colse di sorpresa il centrosinistra. Da quelle parti pensavano di potere gestire il fenomeno, inettitudine dopo inettitudine, sappiamo come è andata a finire.

Oggi Pd e Forza Italia governano insieme.
Il mio film sarà accusato di essere l’ennesimo tassello del tempio eretto all’odio antiberlusconiano, ma in realtà è la fotografia di una trasversalità cercata nel tempo e oggi arrivata sull’altare. Si sposano felicemente due convergenti visioni del Paese che sulla Giustizia si sono finalmente abbracciate. Nell’alternarsi di governi che si combattevano a parole per poi andare nella stessa direzione , c’era evidentemente un disegno preciso.

Anche nella lotta alla mafia?
Chi ha governato in questi anni ha adottato provvedimenti apparentemente efficaci che però nella sostanza non hanno cambiato lo stato delle cose. Se la mafia è molto più ricca e ramificata di ieri, qualcosa vorrà dire.

Cosa sanno gli italiani della Trattativa?
Poco o nulla. Per l’opinione pubblica, investita da uno scandalo al giorno, distinguere è difficile. Prevale l’assuefazione e anche la percezione della Trattativa tra Stato e mafia che non è uno scandaletto qualunque, ma un atto fondativo della Seconda Repubblica, un evento che ha cambiato il corso della nostra democrazia, è liquida, impalpabile, di difficile messa a fuoco. Se chiedi in giro, domandi della Trattativa e sei molto fortunato, forse incontri qualcuno che ti parla del papello o di Napolitano. In molti non sanno proprio di cosa si discuta. Smarrirsi è facile.

Lei come ha fatto a non perdersi?
Mentre giravo Draquila e cercavo un nesso logico per spiegare la convergenza tra interessi criminali e speculazione edilizia, Andrea Purgatori mi suggerì di intervistare Massimo Ciancimino. Era indagato su una locale vicenda di riciclaggio e mi convinsi.

Come andò l’incontro?
Ciancimino mi parlò di tante cose insieme. Sosteneva che suo padre avesse investito 4 miliardi o più sulla Milano Due di fine Anni 70 e diceva, serenamente, di aver conservato le ricevute degli assegni. Raccontava storie simili a getto continuo, descriveva con sconvolgente leggerezza scenari di inaudita gravità, parlava di papello, di Trattativa, di uomini in divisa che avevano chiesto l’intercessione di suo padre per venire a patto con i padroni di Palermo. Tornai a casa molto scossa e cominciai a documentarmi sulla questione. C’è voluto tempo, non è stato semplice.

Nel suo film, il Ciancimino interpretato da Filippo Luna è dipinto come un narciso cronico in bilico tra rivelazione e millanteria.
Straparlare, scrivere libri e andare ogni sera in televisione non gli ha giovato. Impatto mediatico e iperpresenza del ‘dichiarante’ Ciancimino si sono rivelati perdenti anche perché per rafforzare la sua credibilità e quella delle sue dichiarazioni, in presenza di reato, il figlio dell’ex sindaco di Palermo avrebbe dovuto almeno essere arrestato e sottoposto allo stesso regime dei collaboratori di giustizia.

Accadde solo nel 2011 per ragioni diverse.
Io non capisco una mazza di leggi e me ne vanto, ma quando vedevo Ciancimino parlare mi chiedevo: ‘Questo signore sta confessando dei gravi reati? E allora perché non lo arrestano?’. Detto questo e detto che ha saputo farsi detestare, alcune prove fondamentali e riscontrate, Ciancimino le ha portate. Se le considerano valide Violante, Martelli e Amato, chi sono io per ritenerle nulle?

Ne “La Trattativa” non si dà molto spazio al misterioso signor Franco, il presunto ufficiale di collegamento tra mafia, servizi e frammenti dello Stato di cui aveva parlato per primo proprio Massimo Ciancimino.
Forse Ciancimino dirà un giorno cose più precise, ma al momento se ne sa poco, per non dire nulla. Ho preferito restare nell’ambito delle cose certe.

Nel suo film, lei incontra due collaboratori di giustizia come Gaspare Mutolo e Francesco Di Carlo.
Due incontri sconvolgenti. Incontrai Mutolo grazie a Marcelle Padovani. Per settimane non riuscii a parlare o pensare ad altro.

Ha provato a incontrare anche Spatuzza?
Non era possibile, lo sapevo, non ho perso tempo. Ma Spatuzza del film è il vero protagonista.

Nel suo ruolo c’è un attore.
Ma nel film spazio per il gioco del vero e del falso non c’è. Il lavoro è stato mescolare i piani, raccontare con la finzione quel che non si poteva narrare con il documentario e viceversa.

Il linguaggio delle carte processuali le è stato utile a comprendere qualcosa in più?
Ho capito che i mafiosi parlano una lingua folle. Dopo anni di ripetilo al magistrato, ripetilo al poliziotto, ripetilo alla Procura, hanno assorbito e a loro modo rielaborato un neo linguaggio burocratico. Un codice che è servito ai magistrati a tradurre in italiano un sottolinguaggio mafioso in cui di solito a dominare sono gesti e sguardi. ’U discursu, per i mafiosi ha un’accezione molto generale, si applica al tutto e al niente.

Che impressione le hanno fatto?
Come diceva Giovanni Falcone, i mafiosi sono uomini come tutti gli altri. Esistono uomini antipatici e uomini simpatici. A loro modo, Mutolo e Di Carlo fanno parte della seconda categoria. Nel mio film e mi auguro che il messaggio arrivi, non ci sono buoni e cattivi, ma solo essere umani. Non c’è il magistrato santo né il mafioso luciferino, perché la realtà è più complessa di qualunque schema preconcetto e le sfumature contano.

È stato difficile spiegarlo agli attori?
A quelli che dovevano impersonare un magistrato sì, abituati alla fiction si mettono in posa ieratica, aspettano l’aureola in testa e si muovono con la prossemica di Cicerone. Come se i magistrati non fossero persone che lavorano, ragionano, cercano di capire e a volte si rompono i coglioni o peggio sono disonesti.

È una chiave di racconto originale. Rischiosa. Una chiave che non investe la figura di Borsellino. Lei pensa che il giudice avesse capito che tra Stato e mafia esistesse una trattativa?
Nel film non si sostiene mai che Borsellino sia stato assassinato perché aveva intuito l’esistenza di una Trattativa. È un’ipotesi che non mi convince, che non convince i magistrati, che non ha riscontri e che è riduttiva anche rispetto alle tante cose che senz’altro il giudice aveva capito.

Cosa aveva capito?
Che all’interno delle stesse istituzioni, il consenso verso Cosa Nostra era molto più ampio di quanto non potesse immaginare, che c’era un movimento politico in costruzione e che Falcone poteva essere stato ucciso anche in relazione all’inchiesta mafia-appalti. Borsellino ne era convinto. E anche se in molti considerano l’ipotesi poco meno di una stronzata: ‘Figurati se pensava veramente a quello’ non è affatto detto che sconvolto, nella consapevolezza di dover morire, negli ultimi giorni il giudice non ci avesse riflettuto. Anche se quell’indagine è finita su un binario cieco, i legami tra imprenditoria e criminalità organizzata non sono una cosetta. La nostra classe dirigente è ancora quella sopravvissuta a un’epoca lontana. Il termine riforme da noi è solo uno slogan.

È uno slogan anche Matteo Renzi?
Non penso sia una persona malvagia o perversa, né che al di là degli 80 euro e della propaganda elettorale abbia chissà quali piani per la testa. Mi sembra solo quel che è: un giovane molto ambizioso e volenteroso che poi però fa quel che gli ordinano i loschi figuri che sventolano la bandiera neoliberista. Renzi porta a compimento il progetto dei post comunisti succeduti a Berlinguer e in questo modo contribuisce a far cadere qualsiasi barriera, qualsiasi differenza tra destra e sinistra.

Sul suo esordio alla regia, “Bimba”, distribuito da Medusa, la stampa si accanì: “Il film peggio girato dall’epoca degli Spaghetti Western” scrisse il Riformista.
Un gran complimento. Bimba naufragò per la mia ingenuità e perché ebbi problemi immensi con la produzione. Nel cinema italiano si incontrano soggetti che danno quotidiana conferma della Trattativa Stato-mafia. Non sapevo come difendermi. Non ero preparata.

Ha abbandonato l’idea di un film di pura invenzione?
Alle commedie penso sempre, ma la verità è che ho un problemino. A a me i film non li finanziano volentieri. Il documentario mi appassiona, costa poco, mi dà la possibilità di autoprodurmi.

C’è chi nel suo percorso, dalla satira in Tv a oggi, non riconosce più la Sabina Guzzanti di ieri.
Capisco che per il pubblico il mio percorso possa sembrare fratturato, strano, diseguale quando addirittura un non percorso. Ma io non ho cambiato mestiere. Ho un bagaglio e me lo porto dietro fin da quando frequentai l’Accademia d’Arte drammatica per salire su un palco. Avevo i miei interessi, li ho conservati e non potendo lavorare in tv per le note ragioni di sempre, cerco di farli nuotare nei miei film. Probabilmente il motore iniziale dei documentari fu l’insoddisfazione. Sapevo di esprimere critiche radicali alla società, ma mi sembrava che negli occhi dello spettatore, dopo l’imitazione, rimanesse soltanto la vacuità di Valeria Marini o l’antipatia di D’Alema, non mi bastava. Nonostante la timidezza e le prevedibili reazioni, volevo spiegarmi meglio.

Sono timidi anche i suoi due fratelli, Caterina e Corrado.
Perché io le sembro disinvolta? Sono un caso umano di timidezza e purtroppo il palco non ha mai rappresentato una terapia in tal senso. In generale sono insicura e non diversamente da loro, sottopongo il mio lavoro a verifiche e dubbi impressionanti. Distruggo le cose che un minuto prima mi parevano geniali e non mi accontento della soluzione più immediata.

Dicono che sia maniacale.
Non so cosa voglia dire maniacale. Se faccio una cosa la faccio bene, mi concentro, mi perdo nelle suggestioni, studio, mi appassiono. I miei amici sono cari, mi sopportano.

Anche i suoi fratelli?
Anche. Li vedo spesso.

È vero che ha pochi amici nel mondo dello spettacolo?
A un amico non chiedo tessera né mestiere, scelgo con altri criteri. Comunque sì, ne ho pochissimi, frequento chi mi va, mi piace la gente normale, gli spiriti liberi.

Lei divide. Incendia le opinioni. La amano, la odiano. Il sospetto è che quando le accade qualcosa di spiacevole, esempio massimo la disavventura con Lande, il Madoff dei Parioli, un pezzo di Italia esulti.
Quelli erano fatti miei e comunque sì, si percepisce un certo gusto nel ferirmi. Mi fa male, non ho paura a dirlo. Mi fa male e al tempo stesso mi rende più forte. Mi sento una persona felice e realizzata e non cambierei la mia vita con quella di nessun altro.

Dopo il suo intervento al No Cav Day nel luglio 2008, soffrì di un certo isolamento. Nanni Moretti parlò di “disastro”, Umberto Eco di “esito circense”, altri si accodarono con accenti più gravi.
La vigliaccheria e il conformismo mi fanno soffrire soprattutto per quelli che li praticano. È un dolore sincero perché io sono sensibile e mi affeziono alle persone. Anche ai miei nemici che insultano e denigrano, ma sotto sotto credo mi stimino . Quando una persona che stimo e che ritengo intelligente diventa pavido per compiacere la maggioranza, mi amareggio. Poi certo, alcuni miei colleghi temono di farsi vedere con me e io faccio una vita molto diversa da quello che uno si aspetta, ma con le mie lavatrici da riempire e con la gente che incontro e che non mi riconosce, coltivo ogni giorno una grandissima ricchezza.

A Piazza Navona parlò anche di Mara Carfagna, di Joseph Ratzinger e dei diavoloni frocissimi.
Ma la battuta sul Papa era divertente! Sulla Carfagna mi scappò una frase che mi è costata 40 mila euro. La discussione generale fu subito spostata a un teatrino in cui due donne bisticciavano e invece il tema delle dispari opportunità e delle donne scelte come puro strumento di marketing, era serio.

Disse anche: “Continuerò a dire liberamente il cazzo che mi pare”.
Confermo, non ho cambiato idea.

“Sono molto più stronza di come mi dipingete”. L’opinione è sua.
In effetti potrei averlo detto, ne ho dette tante.

Ricorda anche quelle dette a Giuliano Ferrara in una puntata de L’Infedele di Lerner?
Benissimo e fu un grande momento. Io penso che quando si arriva a un tale livello di menzogna con se stessi e Ferrara ci è arrivato, si viva uno stato di confusione identitaria e sofferenza profondissima. Non lo invidio.

Invidia qualcuno?
Nessuno. Non competo. La voce che ci dice di diventare un’impresa e trasformarci in Spa l’ho lasciata fuori dalla porta da molto tempo. Faccio altro, continuerò a farlo.

da Il Fatto Quotidiano del 4 settembre 2014