I sedicenti liberali di casa nostra, assai poco abituati alle regole, ora che Uber è stato respinto con perdite nella grande Germania non potranno starnazzare come già fecero – indignati – ai tempi della protesta dei tassisti italiani, incolpando le istituzioni, i monopolisti perennemente assistiti dallo stato, la cronica mancanza di concorrenza del Paese. Qui parliamo della grande Germania della signora Merkel e allora tocca disporsi diversamente.

Mesi e mesi fa, all’epoca dello sbarco di Uber in Italia, chi si permise qualche legittima eccezione rispetto alla concorrenza purchessia rappresentata da Uber, venne tacciato di passatismo, come parassita economico e sociale, insomma gentaglia che frenava e fermava il cambiamento. Nel senso che il ragionamento era il seguente: ti metti di traverso al progresso, allora stai pure con i tassisti, con quelle macchine scalcagnate e puzzolenti, che solo entrarci fa schifo. Gente scortese, maleducata, ignorante, ecc. Ok, abbiamo incartato tutto e portato a casa, era fatica sprecata spiegare a certi zucconi finto-liberali che se elevavi qualche legittimo dubbio, non per questo eri un difensore della status quo o peggio dei tassisti purchessia.

I legittimi dubbi riguardavano il problema della licenza, fondamento primo di una concorrenza leale, e la sicurezza, esattamente i cardini del ricorso (accolto dal tribunale di Francoforte) dei tassisti tedeschi.

Gli italiani, buona parte degli italiani, se ne fottono allegramente delle regole. Tutti quelli che mi hanno raccontato la loro esperienza con Uber, generalmente felice, erano entusiasti della precisione del servizio e dell’alta qualità della vettura che li ospitava. Due elementi decisamente attrattivi, due elementi che vanno a merito di Uber, due elementi che vorremmo tanto trasferire nei nostri (spesso) scalcagnatissimi taxi nostrani. La forza di un liberale, in questo caso, è quella di chiedersi se questo nuovo servizio, peraltro così apprezzato dagli utenti, rispetti effettivamente le regole sociali che caratterizzano il servizio definito “pubblico”, cioè al servizio del cittadino.

E qui i dubbi in verità erano parecchi, partendo esattamente dalle pari opportunità. Una, tra le tante: se i due servizi sono entrambi pubblici, perché il tassista tradizionale dovrebbe sottoporsi a file estenuanti in attesa che arrivi il suo turno e così “catturare” l’agognato cliente, mentre l’altro può scorazzare allegramente dove gli pare, in linea teorica anche in prossimità dei parcheggi visto che all’esterno non è riconoscibile?

E poi, sempre in tema di pari opportunità e di sicurezza: chi garantisce che anche gli autisti di Uber rispettino i turni? E ancora: come mai molti degli autisti di Uber (almeno a Milano) sono gli Ncc (noleggio con conducente), che dunque sono abilitati a fare lo stesso lavoro parallelo, ma da privati? E chi garantisce che lo stesso autista, legato alle tariffe inequivocabili di Uber, quando ritorna Ncc non si prenda qualche licenza poetica (sempre sul piano delle tariffe) ai danni di qualche inconsapevole sprovveduto turista? Come vedete, sono molti i dubbi che dovrebbero animare un sincero liberale, ma che evidentemente, per mero interesse personale (precisione del servizio e bella macchina), non lo stimolano più di tanto.

Non parliamo poi del top dell’improbabilità, quella app definita «Uber pop», davvero pop sotto qualunque cielo, molto pop. Nel senso che un bel giorno, un tizio mai visto né conosciuto, che non ha mai fatto servizio pubblico ai cittadini, che non si sa neppure come tenga in mano un volante, insomma il massimo del pop, si metta in testa di arrotondare lo stipendio andando al lavoro (quello vero, il suo). E allora avverte Uber che su quella tratta è disposto a far salire dei cittadini sulla sua macchina per portarli a destinazione.

Ecco, anche in questo caso ho fatto il sondaggio del caso con tutti i conoscenti entusiasti di Uber tradizionale. «Eh no, sei mica matto, vorrai mica salire con uno così?», mi hanno risposto in coro.