Questione marò. Mentre il mondo è nel caos, e a momenti si parla di terza guerra mondiale, siamo testimoni e, purtroppo, da cittadini, di una sotto-storia italiana in cui non si capisce se manchi l’intelligenza, il coraggio o la percezione realistica dei fatti. Di certo, poiché in questa vicenda è coinvolto il governo, manca, in modo tragico e totale, autorevolezza. Il problema non è se i due fucilieri di Marina siano colpevoli o innocenti. Il problema non è se l’Italia abbia torto o ragione. Il problema è che l’Italia è un Paese che potrebbe anche non esserci. Politicamente e istituzionalmente l’Italia è una entità irrilevante.

Nella puntata di oggi (dopo il malore di Massimiliano Latorre a cui vanno gli auguri di tutti) ci sono tre donne che spiegano il silenzio e l’irrilevanza che circonda il nostro Paese nel mondo. La prima si chiama Federica Mogherini. È diventata, dal niente, il ministro degli Esteri italiano, ma solo per alcune settimane. E poi è stata subito nominata Alto Rappresentante per la politica estera europea. Così ha voluto il suo capo, ansioso, evidentemente, di liberare il posto. Di lei un giornale (Corriere della Sera, 2 settembre) intitola “Il ministro Mogherini preme sul governo indiano”. La famiglia Latorre può attendere. E così attraversa inutilmente la scena un primo personaggio destinato a non lasciare traccia.

Entra il secondo. È il ministro della Difesa, signora Pinotti che, tutti dicono, sta alacremente lavorando per “fare curriculum” casomai ci fosse urgente bisogno di lei in altri (alti) posti. La Pinotti, dopo la notizia del malore di un suo soldato, vola subito in India. Ma torna col volo successivo (senza il marò) in tempo per partecipare a un dibattito alla Festa dell’Unità (senza Unità). Dello status, degli arresti domiciliari, dell’eventuale processo o almeno della formulazione delle accuse, nessuna traccia.

Il vuoto in scena permette l’ingresso e la dichiarazione di Giulia, figlia ventenne di Massimiliano Latorre che, da un lato, sembra ispirarsi al celebre grido del ‘68 “non fidatevi di nessuno che abbia più di trent’anni”. E infatti definisce “di merda” tutto ciò che è accaduto nel suo/nostro Paese intorno alla vicenda e dunque intorno a lei. E poi mette un piede nel vuoto, lo stesso vuoto in cui si aggirano Mogherini e Pinotti, il vuoto di non realtà, di cose non vere e non credibili. E abbandona (anche lei) al suo destino il padre non per andare in Europa (Mogherini) o al Quirinale (Pinotti) ma per fare il galoppino di estrema destra che – la ventenne isolata non sa – è molto vecchia: “Vi preoccupate di portare qui gli immigrati che bucano le ruote perché vogliono i soldi, e non vi preoccupate dei fratelli che lottano per voi”. Prima di notare la frase (assurda ma in voga), domandatevi perché la ventenne Giulia dovrebbe essere più saggia e più utile delle due ministre del niente. Purtroppo si muove alla stessa altezza, e il brutto caso rimane nel buio. Poiché la ragazza ha avuto soltanto solidarietà di destra e, della destra, ripete frasi tipiche, che la fanno apparire ingiustamente aggressiva con chi non c’entra proprio col destino di suo padre. Non è una buona deposizione per ciò che nei processi americani si chiama character evidence (notizie sul carattere di accusati o testimoni) perché dimostra (nel luogo e nel momento sbagliato) che il vero problema per l’Italia è non dare la dovuta precedenza alla razza bianca. Ma il senso di tutto è ancora più disorientante.

È spiegabile che una ragazza di vent’anni (e una figlia) perda la testa nel momento in cui il padre è detenuto lontano e sta male (e tutto questo non ha niente a che fare con le eventuali imputazioni, quando ci saranno). Ma un governo non può non esistere, non avere personalità, voce, progetto, autorevolezza, capacità di farsi ascoltare e di proporre un percorso, con la dovuta credibilità e determinazione. Ai tempi dei due precedenti governi abbiamo pensato: si sentono provvisori e, come tali vengono visti. Ma adesso, con tutta la messa in scena dell’ineluttabile programma scandito giorno per giorno, ora per ora, roba da stupire il mondo, dobbiamo aspettarci di vivere altri mille giorni come un Paese che non sa, che non conta, che non esiste, i cui cittadini (che abbiano torto o ragione) sono degli apolidi?

Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2014