Venerdì prossimo, all’interno della rassegna 2014 del Premio Ilaria Alpi (dedicato alla memoria della giornalista uccisa in Somalia e giunto quest’anno alla sua ventesima edizione), presso il Palazzo del Turismo di Riccione si terrà un incontro dal titolo “La mafia che investe: il riciclaggio e le estorsioni in riviera”. Il tema è quanto mai attuale: basti solo considerare le numerose indagini concluse in questi ultimi anni tra riviera romagnola e San Marino dalla Procura locale e dalle Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA): Vulcano I e II, Staffa, Titano, Criminal Minds, Mirror, Tie’s friends, Decollo Money e Ter per citare alcune delle più importanti.

Di riciclaggio di capitali di dubbia provenienza in Riviera se ne è parlato per decenni, senza tuttavia averne mai l’effettiva certezza. In effetti, per un’area economicamente florida e ad alta densità turistica come questa, la circostanza era decisamente strana. Già nel 1994 le voci si erano fatte insistenti, tant’è che dai risultati ottenuti dalla Commissione d’inchiesta su insediamenti mafiosi in aree non tradizionali (relatore il senatore Carlo Smuraglia) emerse un dato allarmante: “L’indagine statistica (che è stata condotta per i circondari di Rimini, Riccione, Bellaria, Misano Adriatico e Cattolica) ha dimostrato che, su un totale di 2782 esercizi alberghieri vi sono stati nell’ultimo triennio, 815 cambi di gestione pari ad una percentuale di circa il 30 per cento. Di questi cambi di gestione, 195 sono stati effettuati ad opera di soggetti non originari della regione. Nei riguardi di numerosi imprenditori che presentavano situazioni patrimoniali che non giustificavano il possesso di denaro o di mezzi finanziari adeguati all’operazione economica, si è accertata o l’appartenenza od il collegamento a sodalizi mafiosi e camorristici”.

Eppure, nonostante il (legittimo) sospetto che l’economia riminese, in particolar modo nel settore turistico-alberghiero, fosse fortemente contaminata da capitali illeciti, per anni di indagini non ce ne sono state. Diverse le cause: da una parte la difficoltà per gli investigatori di muoversi tra le montagne di denaro sporco di varia provenienza (evasione fiscale in primis, vero e proprio sport locale in Romagna) – peraltro attratto come una calamità verso le banche e le fiduciarie della Repubblica di San Marino, dall’altra le armi spuntate in mano alla magistratura per perseguire questi reati. Solo nel 1992, per esempio, entravano nell’ordinamento italiano il reato di intestazione fittizia di beni e altri strumenti utili a contrastare al cuore il potere mafioso: il patrimonio e l’accumulazione di capitali.

D’altra parte, nemmeno la politica (come le associazioni di categoria) a quei tempi era granché propensa ad accettare che di mafia a Rimini se ne parlasse. In un contesto di rimozione collettiva, l’importante era tutelare innanzitutto il buon nome della Riviera, per evitare che il turismo venisse danneggiato da rappresentazioni che accostassero la ridente immagine dell’estate romagnola alle tinte più fosche della mafia. Come si suol dire: pecunia non olet. Capitali – soprattutto se in contanti – e investimenti erano benvenuti e di domande circa la loro provenienza se ne facevano ben poche. C’era, infine, l’errore diffuso di dare poca attenzione proprio alle movimentazioni di questo denaro, ritenendo che la pericolosità fosse da attribuire solamente alle persone e non anche a quei capitali che andavano poco a poco ad inquinare irrimediabilmente l’economia locale.

A distanza di anni, nonostante le poche confische ancora registrate in questa provincia, sembra che qualcosa stia finalmente cambiando. Prova tangibile ne sono le decine di sequestri eseguiti dal 2011 ad oggi: i night-club Lady Godiva, La Perla, Pepe-Nero, ma anche ristoranti, immobili e quote societarie. Non ultimo, il maxi-sequestro disposto dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Rimini sul compendio aziendale riconducibile alla famiglia Lanna: alberghi in gestione e di proprietà tra Rimini e Riccione, attività commerciali e immobili. Una vicenda divenuta improvvisamente di interesse nazionale anche per la protesta da parte di alcuni membri della famiglia, che il 9 maggio hanno minacciato di darsi fuoco davanti al Palazzo di giustizia con una tanica di benzina (poi rivelatasi solo piena… d’acqua). Ora su alcuni di questi beni si apre la successiva e delicata fase dell’amministrazione giudiziaria e tutto quel che ne comporta, considerato che nel frattempo le strutture alberghiere dovranno essere mantenute produttive. Altro tema scottante: proprio di gestione di beni sequestrati e confiscati si parlerà infatti domani, sempre all’interno del Premio Ilaria Alpi. Ospite di punta l’ex procuratore capo della Repubblica di Torino, oggi in pensione, Giancarlo Caselli.