Che cosa succede quando due rottamati & traditi della politica si trovano insieme a parlare del loro comune maestro, Nino Andreatta? Romano Prodi riceve centouno abbracci dal suo pubblico che però non gli fanno dimenticare centouno colpi di pugnale. Ed Enrico Letta sta sereno di fronte alla platea che lo applaude, guardandosi bene dall’accennare al suo licenziamento dal governo. Eppure, senza che nessuno lo nomini, nella sala aleggia lo spirito di Matteo Renzi, che ha sparigliato i giochi e cambiato verso alla politica. Qui si parla di riflessione culturale, di “cultura politica”, di personalità “con visione”, di dibattito da riattivare dentro i partiti, di “signorilità sobria”, di valori, di cattolicesimo democratico.

Oggi è tempo invece di riforme a raffica, velocità, decisionismo, slogan, slides, ministre da copertina e giubbini da Fonzie. In più, seduti accanto a Prodi e Letta ci sono anche un banchiere potentissimo ma oggi in qualche difficoltà, Giovanni Bazoli, e un politico con un grande futuro alle spalle, Lorenzo Dellai. E il contrasto con il circo toscano-romano appare ancora più forte. Il tutto avviene nel convento dei Cappuccini di Terzolas, Val di Sole, provincia di Trento. Praticamente la Toscana della Dc e dei suoi derivati, dove berlusconismo e leghismo non hanno mai attecchito. Qui è in corso l’annuale scuola di politica (tema: “Ri-amare la politica”) della Rosa Bianca, l’associazione dei cattolici democratici che si rifanno a Dossetti e Lazzati.

In questo contesto sono stati invitati Prodi, Letta, Bazoli e Dellai, a ricordare Andreatta e un altro trentino che qui era potentissimo, il padre della provincia autonoma Bruno Kessler. Andreatta è stato determinante per Bazoli, per Prodi, per Letta. Ministro democristiano del Tesoro negli anni Ottanta, fu lui a chiamare uno sconosciuto professore bresciano, Nanni Bazoli, a rifondare il Banco Ambrosiano dopo il naufragio di Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri. Uno scandalo firmato Ior e P2, che Andreatta affrontò con grande decisione. Gliela fecero pagare, tanto che fu escluso dai governi che seguirono, formati sotto l’influenza di Craxi e Andreotti. Fu Andreatta a chiamare il giovane Letta al suo centro di ricerca, l’Arel. Da lì decollò, “anche se poi tra i cattolici democratici e i circoli internazionali scelse questi ultimi”, chiosa un esponente della Rosa Bianca. Fu Andreatta uno dei padri dell’Ulivo, e determinante nella scelta del leader, quel Prodi che poi fu il solo a battere per ben due volte Berlusconi. E ora eccoli qua, i tre, per la prima volta insieme dopo essere stati messi fuori gioco (Bazoli ancora non del tutto) non soltanto dagli avversari che ben conoscevano, quelli passati attraverso Prima Repubblica e P2, ma anche da una novità assoluta: quel Renzi che qui nessuno nomina. Però tutti seminano indizi. “No all’idea di un uomo solo al comando”, dice Dellai, no alla politica del centralismo, della verticalizzazione e della fretta. No alla “sostanziale sparizione del dibattito dentro tutti i partiti politici”, rimpalla Prodi. Alle domande dirette sul presente tutti sfuggono. Parlano per parabole, Letta cita quella evangelica dei talenti. Prodi evoca le insidie della politica romana quando dice che Kessler era “un re pastore”, fortissimo nei suoi territori, ma schiacciato a Roma, dove “te magna Nerone”.

Si appella alla laicità (in tempi di Meeting…) ricordando che Andreatta, uomo di religiosità non ostentata, “non aveva la sacrilega convinzione di coinvolgere Dio nelle sue scelte”. Eppoi l’economia: “Andreatta fu durissimo sulle scelte di spesa allegra degli anni Ottanta, previde che le avremmo pagate domani”. Cioè oggi. Ma non si sarebbe mai sognato di “inserire il pareggio di bilancio in Costituzione: uno Stato un anno può chiudere in attivo, in altri anni deve chiudere in passivo”. Ed era un “rigorista intelligente”: solo i tagli non risanano l’economia, l’uccidono. “Ma io sono un uomo del passato”, conclude. Del Quirinale, presente e futuro, non si parla.

il Fatto Quotidiano, 2 Settembre 2014