Non che sia rimasto sorpreso, questo no, ma certo un filo di inquietudine ha fatto capolino quando ho letto sul Corriere la prima intervista di Massimo Giannini, nuovo conduttore di Ballarò, ventotto infiniti anni passati a Repubblica. Soprattutto quando ha voluto dare i contorni al mestiere: «Credo nella militanza giornalistica e non vi rinuncerò». In certi casi, assalito da un dubbio, affido le mie incertezze al vocabolario, compagno che non tradisce. Alla voce “militanza” dice: «Adesione, partecipazione attiva a un partito, a un’associazione, a un movimento politico, religioso, culturale». Sulla base di una “militanza”, dunque, Giannini poi aggiunge: «Intendo dire come la penso sui vari argomenti. Ma basandomi su dati, fatti, numeri, non su pregiudizi ideologici».

Presa per buona la seconda parte del ragionamento, sarebbe difficile se non impossibile costruirci sopra una militanza. Al massimo, da quel brodo ci esce un buon giornalista, sereno, equilibrato, in grado di farsi sorprendere e di sorprendere il lettore. Chi è infatti il giornalista militante? Quello che non sorprenderà mai chi ha ventura di leggerlo con una certa consuetudine, quello che scriverà solo e soltanto quel che il lettore – il suo lettore – è preparato a leggere, secondo quel “contratto” storico che un bel giorno lontano lettore e quotidiano stipularono. Sono proprio quei contratti, a cui la cattiva politica riesce a dare i suoi cattivi contorni, che cristallizzano i rapporti, che creano dipendenza e, dopo la dipendenza, una sottile ma costante e crescente, persino cronica, mancanza di autonomia da parte del lettore. Che si traduce tutti i giorni nel malinconico e burocratico acquisto del tuo quotidiano di riferimento.

Nei felicissimi anni berlusconiani volevi il randello contro la sinistra? Ti compravi Libero o il Giornale che tanto si scambiavano i direttori come in una pochade e andavi a casa contento: ma il cervello? Volevi quella robetta lì trasversale e fighetta che almeno ti alzava il tono culturale con i conoscenti? Ti compravi il Foglio, illudendoti che avesse una visione laterale rispetto all’amico Silvio e in quel modo Ferrara ti fotteva e se la rideva, essendo se non altro il più intelligente della compagnia in quel giocherello.

E così a Repubblica per tutto il tempo che B. ha imperversato. Quello, il Banana, in vent’anni avrà fatto tre o quattro robe giuste, tre o quattro eh? A Repubblica non pervenute neppure quelle, si era in guerra e si doveva combattere. Mi raccontava tanti anni fa il suo disagio, Mario Orfeo, all’epoca nel corpo centrale di Rep. Esattamente “quel” disagio. E il concetto era proprio quello della “militanza giornalistica”, perfettamente tracciato da Massimo Giannini nella sua intervista al Corriere

La parola militanza ha un che di troppo politico per non destare sospetti. Secondo quale bibbia giornalista, uno di noi dovrebbe trasformarsi in un militante, se non all’interno di schemi che non prevedono di “scartare” dai binari prefissati? Qualcuno potrebbe liberamente eccepire: meglio militante di ipocrita. Meglio militante di chi è magari è dichiaratamente di sinistra (o di destra), ma poi cerca in maniera democristiana di dare un colpo qui e uno lì. Anche questo ovviamente è un militante. Ma della paraculaggine. 

E fare il mestiere rispondendo solo alla propria coscienza, rischiando magari di dispiacere anche gli “amici”, troppo difficile?