Cinici e felici. Con un pizzico di perversione e di sana scorrettezza politica. Raramente questi ingredienti hanno nutrito un buon numero di opere di vera qualità alla Mostra del cinema di Venezia come in quest’edizione. Tanto da essere annoverate tra le migliori in programma. Dalle cantine sadomaso e nazi-nostalgiche di Ulrich Seidl (Im Keller = In cantina), alle torture estreme compiute da due bimbi gemelli alla madre di Veronika Franz & Severin Fiala (Ich sehe, ich sehe = Io vedo, io vedo), dalle nerissime follie (anche omicide) di Quentin Dupieux (Reality) fino al surrealismo cinico di Roy Andersson (A Pigeon sat on a Branch reflecting on Existence = Un piccione sedeva su un ramo riflettendo sull’esistenza).

Il quartetto sopra elencato raccoglie la créme dell’audacia estrema in Mostra, a cui si potrebbero tranquillamente aggiungere altri titoli, uno su tutti i già stracult Nymphomaniac I & II del re di tutte le perversioni Lars Von Trier che tuttavia fatichiamo a “sentire” veneziano in quanto uscito già ad altri festival e nei cine-circuiti. Se non ha senso parlar di tendenza, appropriato invece sembra riflettere sul fatto che questi sono effettivamente film validissimi. E non solo a detta dei cinephiles, ma anche di un pubblico più soft. Spiccano su tutti i coniugi austriaci Seidl: Ulrich & Veronika Franz (col nipote Severin Fiala) hanno confezionato lavori di una potenza narrativa e drammaturgica da rimanere nella memoria dello spettatore per tempo.

Se Ulrich (ben più noto e autore di film messi all’indice come Dog days, Import/Export e la recente trilogia Paradise) ci ha portato col suo nuovo documentario Im Keller nelle “oscurità” delle cantine del suo Paese mostrandoci quanto di più orribile e perverso si possa immaginare con la naturalezza che da sempre lo contraddistingue, la consorte Veronika ha sorpreso critica e pubblico esordendo come regista proprio al Lido (in Orizzonti dove concorre) con un film shock: il suo Ich sehe, ich sehe è un horror psicologico allo stato puro, una discesa agli inferi familiari che tanto profuma del connazionale Michael Haneke (echi notevoli da Funny Games, Il nastro bianco) ma anche del genio di Kubrick in Arancia meccanica.

Insomma, quelli sono i territori in cui si muove la famigerata coppia da Vienna: la tortura, le pratiche sadomaso, il culto nostalgico per il nazismo espresso in stanze-museo nascoste sotto gli appartamenti ove ritratti e cimeli di ogni misura e forgia del Führer sono religiosamente protetti. Ma non solo, aggiungono anziane che coccolano bambolotti osceni alla stregua di neonati veri ed eleganti signori che crescono pitoni come fossero criceti di casa, i dubbi svaniscono sul fatto che per questi cineasti non esistono freni né ostacoli alla messa-in-evidenza di ogni lato oscuro dell’umana sorte, così come nelle cantine austriache non esistono limiti al tipo di utilizzo.

Seidl riesce a “scovare” il peggio dell’animo umano traducendolo nella sua normalità e sua moglie Veronika (che dei suoi film ha co-scritto ogni sceneggiatura) non si è fatta scrupolo nel tratteggiare il terzetto famigliare (madre e figlioli gemelli) in un contesto di follia visionaria. Quentin Dupieux invece viene dalla Francia, ed è noto come dj al mondo musical underground anche con il nick di Mr Oizo. Tutti i suoi film eccellono in scorrettezza allo strato estremo: da Rubber a Wrong Cops passando per Wrong ed arrivando ora a Venezia con Reality: girato in USA come i sopra citati, mette in mostra quanto sottile (e irreale) sia la linea di separazione tra la realtà e la finzione. Ansioso di mostrare la follia che è in noi, come ma diversamente da Seidl, ci fa vedere l’abisso come fosse materia di quotidiana amministrazione. Un gruppo di persone ti infastidiscono davanti a casa? Semplice: uccidile. Proprio come fa il produttore personaggio di Reality osservando dal balcone alcuni surfisti che lo infastidivano.

Questo vorrebbe il nostro inconscio, il suo cinema per fortuna lo esorcizza rendendolo conscio. E similmente lavora lo svedese Roy Andersson, facendoci garbatamente entrare nella Goeteborg contemporanea: svedesi miserabili, loser impenitenti, freak senza speranze. Come una sorta di Monthy Pyton contemporaneo, Andersson li “disturba” con humor nero-pece, e nessuno ne esce indenne, come già insegna titolo (assurdo) del suo magnifico film in concorso: A Pigeon Sat on a Branch reflectin on Existence. Dall’alto della sua mdp, il cineasta osserva cinico un popolo alla deriva, che riesce a maturare incubi notturni come scimmie torturate da elettroshock e file di schiavi africani condotti alla morte in un cilindro incendiato. Cose dell’altro mondo? No, solamente di questo.