All’interno di questo blog ho inteso introdurre uno spazio dedicato alle conversazioni sulla morte con personaggi ed artisti conosciuti.

Ho incontrato il cantautore Massimo Zamboni, al quale ho rivolto alcune domande in merito agli aspetti professionali ed artistici della sua presente e futura attività, indagando in particolare i suoi pensieri riguardo alla morte. 

La parola morte è ancora sinonimo di paura e rifiuto?
Sempre più. Non si può dirla, nemmeno scriverla o pronunciarla senza rifiuto, repulsione. Ma chi ci espropria dalla morte ci espropria dalla vita. Una società che si proclama eternamente giovane si condanna da sé, e condanna irrimediabilmente tutti coloro che ha spinto ai margini. 

Contrariamente a quanto fu nelle generazioni precedenti oggi si gode del privilegio di una speranza di vita prolungata. Cosa ne pensi?
Abbiamo vite di farfalla, lunga notte e un breve lampo…Vorrei privilegiare l’intensità, più della durata. Da contadino, tendo a pensare che esistono durate “naturali” oltre le quali è sciocco attardarsi. Detesto l’accanimento tecnico, compiaciuto: la scienza è intelligenza non ragionevole. Non mi piace.

Vivi tra i monti, sull’Appennino di Reggio Emilia: tempo fa mi dicevi che la percezione della vita, così come della morte, è diversa per le persone che vivono in montagna. Proveresti a spiegarcelo?
Ogni funerale di paese montanaro è un evento che coinvolge una grande maggioranza di persone. Si fermano i paesi, come deve essere. C’è una consapevolezza del vivere assieme molto radicata e forte, e la cognizione non estinta che assieme alla comunità dei vivi convive la comunità dei morti.

E a proposito di musica, quali sono le tue proiezioni future?
Ho cominciato a cantare a 50 anni per la prima volta. Sono un po’ tardo nelle mie cose: è stato come correre dopo aver zoppicato per anni. Ora vorrei prolungare questa sensazione, è uno sguardo non mediato che mi affascina molto. Ma soprattutto vorrei si compisse un nuovo corso in musica assieme ai ritrovati CSI.

Quelle esperienze passate potrebbero nuovamente influenzarne il percorso?
Pesantemente. CCCP e CSI sono stati infanzia e giovinezza del mio percorso artistico, non sono prescindibili in alcun modo. Occorre molta forza per non farsi intrappolare in ciò che è stato; ma anche accettazione per quella ricchezza. 

Mi riferisco a Giovanni Lindo Ferretti, eventuale reunion farebbe felici i fans…
Farebbe felice anche me, forse più per il significato umano e simbolico che per il rinnovo artistico. Felice e spaventato assieme, non so se augurarlo…In ogni caso, sono abituato a pagare un prezzo per i miei sogni. Ma in generale, non accontentiamoci. Aiutateci a non accontentarci.

Torniamo indietro. La spettacolarizzazione della morte è l’ultima grande frontiera del business, basta guardare le pagine dei quotidiani per rendersene conto: terremoti, guerra, follia omicida, sono soltanto alcune espressioni a conferma di ciò. Cosa ne pensi? Cosa vedi oltre?
Penso tutto il male possibile, giornali e televisione sono nati come conquiste, allargamento di libertà; ora in maggioranza sono mezzi oppressivi, che aggiungono violenza a violenza, fingendo di indagarla. Sono forme di cui dovremmo sbarazzarci per vivere. Ma vedo solo soluzioni individuali, a breve termine; e, per contro, uno strapotere dell’oscurità.

L’anima è la memoria che lasciamo?
Dissolto il corpo fisico, l’anima è l’ombra che lasciamo alla terra. Opprimente, sgraziata, magnifica: abbiamo avuto una vita intera per delinearne i contorni…La memoria collettiva è un possibile aiuto nello scegliere una direzione da prendere in questo senso: dovremmo approfittare di questo tesoro.

Le memorie partigiane, hanno un significato preciso per la tua esistenza. Ce ne vuoi parlare?
È un argomento che entra spesso nelle mie/nostre canzoni, nei libri. Di là dalla mitologia emiliana, continuare a guardare a quel periodo dà la misura di quanto sia stato perduto, sottratto consapevolmente a chi ha lottato per liberarsi. Sempre occorre ripartire da là, da quel prendere in mano la propria sorte, sconsideratamente, umanamente, cogliendo il meglio da quell’esperienza, che non è stata un gioco avventuroso.

In un mondo assillato dal successo scegliere la sconfitta è rivoluzionario”?
Più spesso è la sconfitta a scegliere noi. In una società ammalata di vittoria, di super-uomismo, di primatismo, accettare la sconfitta, condividerla, ripartire, è un atto rivoluzionario, non in senso politico, ma profondamente umano.

Il Punk nel 77, si lasciava guidare (in)consciamente anche da ciò…
Catene, chiodi, ferite: per restare al lato estetico, sono segni di schiavitù. Indossarli volontariamente, con sfacciataggine, è stata una spinta vitale. Simbolo paradossale di libertà personale. Poi è subentrato il mercato, e “punk” ha dovuto traslocare. Nessuno dica dove. 

Ritengo la musica dei CCCP ancora oggi attualissima. Possiamo sostenere dicendo che sia invecchiata bene?
Per restare in argomento, forse è invecchiata bene perché non ha mai avuto paura di morire. Si è sempre confrontata con l’assoluto, affrontandolo dal punto di vista della fragilità: non si è mai rapportata all’attimo, alla cronaca, alla moda del momento, categorie terrorizzanti per chi le pratica a causa della loro durata brevissima. Nostro malgrado, siamo diventati un classico. Questo è davvero un altro paradosso.

A margine…Ti capita mai di sentire il bisogno di entrare in un cimitero?
Sempre più spesso. Mi devo preoccupare? Provo un senso di libertà in quel luogo di reclusione che non so definire. Istintiva. Una profonda tenerezza. Soffro l’ammasso delle sovrastrutture poste tra noi, non riesco a superarle o solo a tratti, come nei concerti, ad esempio, o nelle letture… Il cimitero è il luogo della essenza nuda tra gli uomini; detratta la sofferenza – terribile – è il luogo della pace. Ma – sia chiaro – nessuna redenzione nella sofferenza, questo per me è intollerabile. 

Hai saputo collocare all’interno della tua esistenza la spiritualità? Se sì, quale/quanto spazio le hai dedicato?
La spiritualità non è una scelta, piuttosto un essere scelti. Arrogarsi il diritto di “credere” mi sembra presuntuoso, la divinità che è nelle creature non ammette scelte. È, e basta. Invidio piante e animali, credono e vivono di carattere divino per una adesione istintiva. Senza bisogno di mediatori per guardare al Cielo. Ma non credo al Dio degli eserciti, al soldo di chiunque lo reclami suo.

Siamo ai saluti: hai collaborato con la Rassegna ‘Il Rumore del Lutto’. Al giorno d’oggi sono diverse le realtà che tendono a sdoganare l’argomento vita/morte. Che ne pensi?
Non mi sembrano tante, in realtà. Il ‘Rumore del Lutto’ è molto coraggiosamente tra queste. Il successo di quella iniziativa dovrebbe farci riflettere, c’è chi non si accontenta di vivere nella propaganda sciocca del bene-essere; ma chi accetta il vivere nella sua complessità e completezza. A me sembra rinfrancante.