“Siamo vittime, discriminati e perseguitati come gli ebrei della Germania nazista, i cristiani dell’Iraq, gli schiavi del socialismo del 21esimo secolo”: a dirlo non i profughi siriani, gli ucraini o i palestinesi, ma gli avvocati e i figli di dittatori, generali ed ex-militari di Argentina, Cile, Perù, Colombia, Uruguay e Venezuela che si sono incontrati qualche giorno fa a Buenos Aires durante il Foro de Buenos Aires por la Justicia, la Concordia y la Libertad, organizzato dall’Associazione degli avvocati per la giustizia e la concordia. In quello che sembra un racconto da fantapolitica o un brutto sogno, i legali di gente come il dittatore argentino Jorge Videla hanno parlato della necessità di “un perdono reciproco” tra i loro assistiti e chi ne ha subito la repressione, in quanto tutti vittime, chiedendo “un’amnistia pacificatrice” e ventilando minacce nel caso di ulteriori condanne. Attualmente, secondo le cifre comunicate durante l’incontro, in Argentina sono 1.600 gli uomini di forze armate e sicurezza e i civili processati o condannati, pari al “3 per cento delle forze impiegate dalla nazione per affrontare la guerriglia”.

L’età media dei condannati è di 72,4 anni e il 70% ne aveva circa 25 quando ha commesso i crimini per i quali è stato processato o condannato. A cercare di far passare l’idea che la loro condizione di vita sarebbe “penosa” ci ha provato Ricardo Saint Jean, figlio di Ibérico Saint Jean, governatore di Buenos Aires tra il 1976 e il 1981, famoso per aver illustrato in modo molto chiaro, nel 1977, la ‘filosofia’ di Videla: “Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, poi quelli che rimangono indifferenti e alla fine i timidi”. Morì nel 2012 a 90 anni, mentre era in corso il processo a suo carico con l’accusa di crimini contro l’umanità, prima di essere condannato. Evidentemente ispirato dal dettame paterno, Ricardo Saint Jean ha avuto anche un pensiero per coloro che hanno sottratto i figli nati dai desaparecidos durante la prigionia, rammaricandosi che “due leggi e le amnistie non siano state sufficienti” ad aiutarli e dicendo che “non avremmo dovuto lasciarli soli. E’ ora di serrare le fila e non solo tra di noi”.

Secondo Saint Jean servono strutture “compassionevoli che lavorino in silenzio per la riconciliazione. Abbiamo bisogno che ci sia la Chiesa, perché il suo silenzio ci turba”. Davanti ad un pubblico di almeno trecento persone, si sono succeduti anche altri avvocati di questa classe politica che ha seminato il terrore in Sudamerica nel passato. Come Miguel Langón Cuñarro, avvocato uruguayano, che ha rivendicato “i diritti umani” per difendere i suoi assistiti, processati e detenuti, e “mostrare chi sono veramente coloro che hanno violato i processi”, paragonando quelli per crimini contro l’umanità all’Inquisizione della Chiesa. Per Alberto Rodriguez Varela, avvocato di Videla, invece, è arrivato il momento di “firmare la pace”, rimarcando come persone come Jaime Smart, condannato per crimini contro l’umanità in quanto giudice del Tribunale dei militanti politici durante la dittatura dell’argentino Alejandro Agustín Lanusse, “pur avendo offerto le garanzie costituzionali ai processati di quel tribunale, che frenò l’avanzata della guerriglia, si trovi ora paradossalmente privato della sua libertà”. Insomma, è venuto il momento “di fermare questo circolo di odio e arrivare ad una vera pacificazione nazionale”.

Secondo Rodriguez Varela certo non aiuta in tal senso “l’aberrazione giuridica di applicare retroattivamente la norma dell’imprescrittibilità a questi reati, visto che tutti quelli di cui sono accusati i militari sono ormai prescritti”.