“E’ un momento triste per il Medio Oriente e la domanda che più mi assilla è la seguente: quanti morti ancora ci saranno prima che si possa parlare di pace?”. Amos Gitai, da un quarantennio cantore della memoria ebraica artisticamente espressa, non si smentisce, approfittando della presenza alla Mostra veneziana col suo ultimo film Tsili per ribadire l’importanza di un dialogo tra Palestina ed Israele. “Ciò che mi fa paura è l’autoritarismo di Israele di questo momento: non bisogna perdere la percezione che solo attraverso una società aperta e democratica si può dialogare col vicino tentando soluzioni per una convivenza pacifica. Io sono solo un filmmaker – ha poi aggiunto – ma ritengo che per uscire dal conflitto è necessario attivare la forza della generosità”. Le parole, come sempre, sono lapidarie ed è giusto lo siano, giacché nessuna cultura quanto quella ebraica basa la propria consistenza nella Parola/Verbo che è già Azione.

Tsili, al Lido fuori concorso, è un mirabile esempio di cinema ibrido, intertestualità cara a Gitai ove visioni, colonna musicale mai accessoria, voci fuori testo, scene teatrali e immagini d’archivio trovano una coerenza interna di rara intensità. Ispirato al romanzo Paesaggio con bambina di Aharon Appelfeld, racconta la drammatica vicenda di una ragazza dal nome Tsili che sopravvissuta ai lager si aggira raminga per i boschi, vivendo da semi selvaggia. Viene un giorno raggiunta da un giovane, anch’egli sopravvissuto, che la scopre ebrea come lui: una gioia autentica “ormai di ebrei viventi non ce ne sono più” lamenta l’uomo. Ben presto egli s’accorge che Tsili soffre di un leggero ritardo mentale, motivo del suo incosciente e serafico isolamento, in cui nulla sembra particolarmente turbarla. Quando lui scompare e lei rimane comunque inerme al fatto, la ritroviamo a fine conflitto con i superstiti all’Olocausto nel noto limbo di raccolta forze (corpi ed anime straziate) verso la ex Terra promessa. Quel limbo si manifesta in un ospedale, in cui Tsili si aggira esattamente come nei boschi, tra i corpi inermi e interrogativi.

Tra le trovate visive più interessanti di Tsili è lo sdoppiamento corporale – anzi triplice – del personaggio principale: due donne e una voce. “Questo per colmare quel gap della biografia della ragazza presente nel testo originale”, spiega Gitai aggiungendo quanto sia sempre “oneroso adattare un testo letterario in uno cinematografico. I libri migliori non necessitano peraltro di diventare dei film e per questo bisogna loro aggiungere qualcosa a livello di formazione del senso. Tsili rappresenta le numerosissime donne purtroppo abusate e derubate della propria gioventù durante l’Olocausto e la guerra: questa figura è un simbolo fondativo ed importante da cui noi non possiamo prescindere”. Il film uscirà prossimamente nelle sale per la coraggiosa Microcinema.