Francese, arabo e infine spagnolo. Questo il campionario di lingue che Viggo Mortensen sfodera con padronanza stupefacente, dopo che nei precedenti film si era dilettato tra l’inglese e il russo, in “Loin Des Hommes”, film in Concorso al 71esimo Festival di Venezia per la regia del 45enne francese David Oelhoffen. Volutamente isolatosi in una fattoria che funge da scuola per i figli di pastori nel brullo altopiano algerino del 1954, il maestro elementare Daru/Mortensen è un po’ il barista Tom Stall di “History of violence”: il passato pesa e segna indelebilmente, presente e futuro si giocano sul piano del nascondersi da esso. Solo che nella pellicola di Oelhoffen i fantasmi che inseguono il pacifico insegnante, tutto stufetta anteguerra, tavolini di legno e giacche di panno, sono quelli di una guerra incombente che segnerà il destino della Francia fino al 1962, quando De Gaulle uscirà dal cul de sac algerino smorzando ogni revanchismo.

Daru è stato soldato, addirittura comandante, ed ora nonostante l’autoisolamento tra abbecedari e lavagne il reale, fatto di sangue, violenza e morte, ritorna sottoforma di un pavido contadino da scortare armato fino al villaggio vicino, reo di aver sgozzato un cugino perché gli ha rubato il grano. L’apparizione di Mohamed (Reda Kateb) è una sorta di immediato turning point narrativo: Daru accetta titubante di riattivare quel circuito di cancellazione della vita stretto tra i parenti del pastore che vogliono linciare Mohamed e l’ordine dei pieds noirs che ne impone la “consegna” in 24 ore. Daru/Mortensen uccide per sbaglio un cavallo, arrabbiandosi molto con sé stesso, e il viaggio nel deserto algerino fatto di grotte, pietraglia e collinette con cespugli, comincia. “Per il protagonista non esiste rifugio”, spiega Oelhoffen dal Lido di Venezia, “la storia lo rincorre e lo riacciuffa. Daru ha vissuto la seconda guerra mondiale, subendo e infliggendo violenza, quindi ne vuole rifuggire. E’ un pacifista costretto ad effettuare uno strappo nei valori che si è imposto con l’uccisione di un essere vivente (prima un cavallo, poi ancora in un confuso momento di autodifesa un berbero ndr)”.

“Loin Des Hommes” è tratto da un racconto di 14 pagine – “L’Hote” – scritto nel 1957 da Albert Camus: “Ho letto tutto di lui”, racconta Mortensen in un italiano discreto durante la conferenza stampa, , “sono anche stato in Algeria per un po’, ho camminato, viaggiato per i luoghi che Camus aveva visto; ho ascoltato la gente, mi sono aperto e ho lasciato entrare informazioni senza dare giudizi. Poi anche se non era necessario ho letto i suoi diari. In uno di questi ha scritto: “Non sono fatto per la guerra, sono incapace di desiderare e accettare la morte del mio avversario”. Così l’elemento politico di un film forte ed importante, di diritto tra i primi titoli per il Leone d’Oro, basato su fatti storici documentati (l’uccisione già nel ’54 in quella zona di una cinquantina di ribelli del Fln da parte dell’esercito francese), prende perfino le sembianze di un western: “Quando ho letto per la prima volta il racconto di Camus ho immaginato un western, non convenzionale certo, perché immerso nella storia europea e sullo sfondo delle alture nordafricane, ma pur sempre un western”, continua Oelhoffen, “C’è un prigioniero da scortare in una spirale di violenza. Ci sono colonizzati e colonizzatori. Siamo testimoni di due culture e due morali costrette dalla storia a convivere. E il problema della legge, anzi delle due leggi, quelle europea e quella tribale, sono il cuore del racconto. Ma attenzione non siamo di fronte ad un western classico con la conquista del west, qui il mondo vuole essere conquistato dall’universalismo francese ma i danni in termini di vite umane e di distruzione sono identici”. “Dopo La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, tra tutti i film girati sulla guerra d’Algeria questo è il più sovversivo di tutti”, chiosa Mortensen, sfoggiando una cinefilia inaspettata, “Non c’è nulla di più sovversivo nel mondo contemporaneo dell’amore e della compassione per gli altri”.