Taranto ha sempre precorso i tempi. Forse senza volerlo, certo senza saperlo. La città dell’Ilva è sempre stata una specie di laboratorio politico della periferia italiana. Tra avamposto e avanspettacolo. È accaduto, ad esempio, alla fine degli anni ’80 quando il telepredicatore Giancarlo Cito divenne sindaco. Un miracolo di populismo e intolleranza che prima anticipò e spianò la strada a Silvio Berlusconi e alla sua discesa in campo. È finita in entrambi i casi con le sentenze dei giudici, ma a Cito è andata peggio: la sua condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa fa impallidire la frode fiscale di Silvio. Dopo gli anni del citismo, il governo della città finì nelle mani della berlusconiana Rossana Di Bello: la gestione allegra dei conti – già in cattive condizioni – portò il comune ionico al fallimento. E così il più grande dissesto della storia repubblicana causato dal centro destra tarantino, servì su un piatto d’argento la vittoria alla sinistra.

Ed è a questo punto che la vocazione inconsapevole di essere laboratorio, di sperimentare – e forse anche l’innato autolesionismo sinistrorso – tornò a mostrarsi prepotente. Alla poltrona di primo cittadino, infatti, si candidarono uno contro l’altro: Ippazio Stefàno, sostenuto dalla sinistra radicale e dall’Udeur, e Gianni Florido, già presidente della Provincia con il sostegno di Ds e Margherita. Vinse Stefàno, ma ciò che qui conta è che lo scontro intestino alla sinistra anticipò, ancora una volta, gli eventi nazionali. Solo successivamente, infatti, il neonato Partito democratico e il suo segretario Walter Veltroni, buttarono in mare il governo Prodi e decisero di correre da soli alle politiche. Ovviamente vinse Silvio.

E oggi la classe dirigente della sinistra tarantina – impavida – ci riprova: superando a piè pari le larghe intese, scalda i motori per una grandissima coalizione che tiene insieme  Pd, Forza Italia e anche l’ex At6 di Giancarlo Cito che qualche mese fa è confluita nei ranghi dei forzisti. La mozione che ha segnato il cammino del Pd alle provinciali di fine settembre – “verificare le condizioni per la più ampia convergenza di forze politiche disponibili e per il più qualificato ruolo protagonista del Pd ionico” – è emblematico: la parola “sinistra” non è contemplata perché ciò che conta, stando a ciò che si legge – è il ruolo da protagonista del Pd. E come potrebbe un partito demolito dall’inchiesta Ilva essere protagonista? La fantasia della classe politica tarantina non è seconda a nessuno: la soluzione è l’accordo con Forza Italia. Ciò che è peggio è che a questo punto non si può neppure escludere una lista unica di candidati consiglieri. Magari con i due simboli “vicini vicini”. Una genialata insomma. Tutto questo in cambio di una vice presidenza. Insomma, le larghe intese romane, a Taranto, sono già superate: la sinistra tarantina, profetica, è già avanti. L’avanspettacolo deve continuare”.