C’è ancora qualcuno che se la beve? L’idea che la salvezza possa arrivare dalla “politica politicante”, di cui Superbone Renzi è soltanto l’ultima incarnazione nella sua fase mediatizzata. L’imbroglio di lasciare intendere che nel puro gioco di potere maturino scelte di una qualche attinenza con il mondo reale.

L’esportazione antiquaria del manuale Cencelli a Bruxelles, per candidare la signora nessuno Federica Mogherini alla poltrona di ministro degli esteri europeo, è funzionale a qualcosa di più e di meglio della solita strumentalizzazione della scena comunitaria a uso interno? Dopo la gag primaverile della paghetta da ottanta euro, quale effettiva soluzione al declino nazionale può venire dalla paleo-ricetta delle solite Grandi Opere (sostituendo nominalisticamente il ponte sullo stretto con un po’ di Alta Capacità ferroviaria)?

In effetti il vero obiettivo di questo agitarsi, il cui unico dato innovativo è rappresentato dalla sostituzione della carta geografica d’Italia con le slide tematiche, è duplice: dare sfogo al bisogno di piacere, da tradursi in consenso; regolare alcuni conti entro la compagine governativa, per liberarsi di fastidiose voci dissonanti.

Dietro lo scontro in atto (ormai non più sottotraccia) tra emiliani e toscani c’è tutta l’insofferenza del premier piacione (e tendenzialmente spendaccione senza coperture) per un Graziano Delrio troppo sensibile agli altolà della ragioneria. Si è provato a dirottarlo verso la presidenza della Regione Emilia e oggi si potrebbe utilizzare l’effetto domino del dopo Mogherini per una promozione/rimozione dall’area critica. Corre voce che anche per il guardasigilli Andrea Orlando si prospetterebbero le valigie, questa volta come ritorno da Governatore nella natia Liguria. Uno spostamento che non dovrebbe dipendere certo dalle passate attitudini dell’ex responsabile giustizia del Pd a fotocopiare progetti dell’avvocato Ghedini in materia di carriere dei magistrati. Attitudine – questa – gradita ai berluscones e, per la proprietà transitiva, anche a Renzi. Le ragioni si direbbero ancora una volta di organigramma.

Ecco, come sempre la politica politicante si riduce a equazioni di puro potere. Tipiche di un personale politico che non è in grado di concepire altro, anche perché il suo armamentario di soluzioni politiche si rivela di una scarsezza desolante. Come dimostra il mistero avvolto nell’enigma delle cosiddette riforme, sempre evocate e mai dettagliate. Anche perché – se venissero adeguatamente spiegate – apparirebbe immediatamente la loro essenza di controriforme antisociali. Come le ricette per l’uscita dalla crisi propinate dall’establishment europeo e avvalorate dai loro pappagalli appollaiati sui trespoli del governo italiano: si chiama – con un dubbio eufemismo – “keynesianesimo privatizzato”; ossia la strategia di uscire dalla crisi facendo debiti. Ma mentre nella versione originale tali debiti erano investimenti anticiclici da parte delle istituzioni pubbliche, oggi i nuovi debiti sono i pesi accollati alle famiglie del ceto medio, in termini di precarizzazione e impoverimento.

Se il presidente naif di Confindustria Giorgio Squinzi lo teorizza apertamente (date mano libera agli imprenditori e abbattete il costo del lavoro), i comunicatori “furbetti del partitino” occultano la verità nell’eufemismo.

Fermo restando trattarsi di ricette mortifere promosse da classi dirigenti che definire banali è solo speculare eufemismo.

“Politici pigmei”, li bolla lo storico Tony Judt.

“A prescindere dallo schieramento politico, Léon Blum e Winston Churchill, Luigi Einaudi e Willy Brandt, David Lloyd George e Franklin Roosevelt rappresentavano una classe politica profondamente sensibile alle proprie responsabilità morali e sociali” (Guasto è il mondo, Laterza pag. 120). Per questo suscitarono energie collettive come grandi stagioni politiche. Questi Renzi sanno solo recitare la nuova gag del cono gelato ad uso dei grulli, mentre l’intero Paese frana.