Questa non ce l’aspettavamo. Dio e Marx sono sepolti da tempo, ma ora nemmeno Alessandro Baricco se la passa tanto bene. Le cronache ci dicono che la Scuola Holden, di cui lo scrittore torinese è fondatore e amministratore delegato, ha chiuso il bilancio 2013 con una perdita di 426 mila euro, pur in presenza di investimenti di oltre quattro milioni. Se segna il passo perfino la più qualificata scuola di scrittura creativa di casa nostra, di cui sono soci anche la Feltrinelli e Oscar Farinetti – la Holden è un po’ la Eataly delle sinapsi –, forse qualcosa sta cambiando nel profondo. Qualcosa che minaccia una delle poche figure sociali che si ritenevano immuni alla crisi: il Creativo.

Tutti ricordiamo l’impagabile “trilogia del cretino” di Fruttero&Lucentini. La prevalenza del cretino uscì nel 1985; La manutenzione del sorriso nel 1988; Il ritorno del cretino nel 1992, che precede di due anni l’apertura della Scuola Holden. Potremmo considerarlo il passaggio del testimone dalla prevalenza del Cretino alla prevalenza del Creativo, la sua prosecuzione con altri mezzi (parecchi mezzi, visto il costo dei corsi).

Vieni avanti Creativo. Il decennio successivo sarà un’età dell’oro, per la creatività applicata alla scrittura. Oltre alla Holden, che renderà milionario il suo creativo fondatore, spuntano come funghi corsi, stage e master per aspiranti Hemingway di ogni tipo, dalla factory finto New York ai doposcuola artigianali tenuti da scrittori più o meno affermati. Non si riusciva a capire come Dante, Shakespeare e lo stesso Hemingway fossero riusciti a scrivere quello che avevano scritto senza aver frequentato un qualsivoglia corso, almeno come privatisti. Incurante di ciò, il Creativo va all’arrembaggio brandendo il manoscritto che fino allora era riuscito ad approdare solo sul comodino della mamma, del compagno, al massimo dello zio (cambio alla pari con il manoscritto dello zio).

Finché, con l’invasione di troppi libri scritti in serie – thriller, gialli, noir, rosa, fantasy porno soft, porno hard – i pochi lettori superstiti hanno cominciato a sospettare che i casi editoriali di creativo avessero soprattutto il marketing, e nel decennio successivo ha inizio uno strano fenomeno; corsi creativi sempre affollati, ma librerie sempre più deserte. È vero che le scuole di scrittura creativa esistono in tutto il mondo, e non si propongono di sfornare per forza gli eredi di Hemingway o di Virginia Woolf; si accontenterebbero volentieri di un bravo filmaker o di un bravo storyteller, non per nulla la quasi totalità delle materie insegnate dalla stessa Holden sono intraducibili termini inglesi; ma in quei Paesi esistono anche i mercati in grado di selezionare le ipotetiche capacità acquisite. Invece, per approdare al nostro cinema, l’impressione è che sarebbe più utile iscriversi a una scuola di lobby (non creativa). Mentre per raggiungere il livello di scrittura delle nostre fiction televisive, la sensazione è che una terza media fatta come si deve potrebbe bastare. Casomai il problema è trovarla, una terza media fatta come si deve.

E dunque, fine della prevalenza del Creativo? Non precipitiamo. Potrebbe essere che il nostro stia solo cambiando modalità e strategie (altrimenti che Creativo sarebbe?); soprattutto, che abbia imparato a stringere la cinghia. Il web ci ha messo lo zampino anche qui: oggi con le piattaforme di autopubblicazione e un centinaio di euro la mamma e lo zio sono serviti, più ovviamente gli amici di Facebook, così imparano a dare l’amicizia.

Poi ci sono i buoni consigli al costo di pochi euro. È uscito in questi giorni Il gioco dell’apprendista, una raccolta di interviste rilasciate da William Faulkner, dove di dritte ce n’è più d’una. “Qual è il miglior allenamento per scrivere?”, chiede il creativo di turno. “Leggere, leggere, leggere. Leggere tutto: robaccia, classici, buoni e cattivi, e vedere come fanno. Assorbite. Poi scrivete. Se è buono lo vedrete. Se non lo è, buttate tutto”. Ma il consiglio migliore è ancora più sintetico: “Non fare lo scrittore. Scrivi!”.

Dal Fatto Quotidiano del 30 agosto 2014